Osservatorio 26-9 / Prigionieri della fiaba

“C’era una volta”. Cominciano così le fiabe, le storie per bambini, popolate di personaggi fantastici e di mondi lontani e inesplorati, capaci di avvolgere e sedurre l’immaginazione di chi le ascolta, trascinandola fuori dal tempo e dallo spazio verso una dimensione dove le emozioni prendono la forma di coraggiosi cavalieri o temibili draghi, di affascinanti principesse o di maghi e streghe, in grado di governare con i loro incantesimi le leggi della natura e della psiche. Le abbiamo amate tutti. E tutti, in qualche modo, continuiamo a custodire nell’animo l’appagante memoria di quelle evasioni infantili che hanno contribuito, più o meno consapevolmente, a disegnare il nostro mondo di aspettative e desideri, proiettate inevitabilmente — anche se il più delle volte subito filtrate dalla ragione — sul volto e sulle attese di chi incrociamo nel nostro cammino quotidiano.

Dobbiamo confessarlo: tutti, che lo vogliamo o no, continuiamo a scrivere la nostra fiaba quotidiana, nella quale l’altro — spesso ancora prima di conoscerlo — è di volta in volta protagonista, antagonista o comprimario, in vista di quell’impresa, piccola o grande che sia, che consiste nell’affrontare ogni nostra giornata.

La costante attesa di una bacchetta magica o di un vecchio saggio che ne faciliti la riuscita è il segreto motore che incoraggia ad alzarsi dal letto anche di fronte alle più fosche previsioni. Che tutto questo sia vero lo dimostra non solo il nostro stile, spesso idealizzato o persino alienante, di affrontare la vita, ma soprattutto il modo di raccontarla e di raccontare noi stessi, presentando al mondo — divenuto prima “pubblico” e poi insieme di “utenti” e “followers” — più la proiezione del nostro desiderio che la fotografia della realtà. È una forma di magia 2.0 quella che, nelle pagine patinate delle riviste o nei frammenti di un video sui social, ripropone un modello “specchio delle mie brame”, capace di restituire a chi vi si specchia un riflesso conforme alle proprie aspettative e molto spesso lontano dalla verità. Così, da questa scatola dei sogni in salsa moderna, popolata di post, tag, spot pubblicitari e notizie — vere o false che siano — continua a scorrere quel mondo surreale nel quale, in fondo, ci piace vivere. Le denunce e le letture preoccupate che spesso accompagnano l’analisi della comunicazione di oggi, forse troppo di frequente dimenticano questa radice che va oltre il mezzo o lo stile e tocca invece l’essenza stessa della persona, la sua identità. Siamo sognatori spaventati dalla realtà. Bambini sperduti che temono lo scorrere del tempo, il ticchettio di una sveglia nascosta nella pancia di un coccodrillo fatto di superficialità e frivolezza, per paura che la vita ci sorprenda e ci divori con tutto il suo peso.

Abbiamo timore di varcare la “stanza dei grandi” e siamo disposti a seguire ogni Peter Pan che ci porti, per un istante o per tutta la vita, lontano dalla quotidiana responsabilità. Gli adulti che rimangono bambini e i bambini che giocano a fare gli adulti sono l’appendice e la conseguenza di questo vivere nel mondo delle “Mille e una notte” o nel regno di Perrault e dei Grimm, dove la violenza e il male fanno paura, ma sembrano un po’ meno terribili, e dove ogni sentimento è un amore eterno dal quale si può fuggire con un battito di scarpette. Ed è proprio nello scarto tra questi due mondi, tra questi due modi di vedere le cose, che si trova — come in una zona oscura ancora da esplorare — tutta la criticità e il problema della mentalità e dello stile di vita odierno. Prigioniero di questa gabbia di sogni, l’uomo chiede, invoca di essere liberato per percorrere una strada che, attraverso passi piccoli come briciole di pane nel sentiero, lo riconduca a una maturità mai pienamente raggiunta.

don Carlo Cattaneo

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