Bestiario / Memorie di un toro-elefante

Da bambino, ero affascinato dalle stalle. Non quelle moderne, luminose, che sembrano open space di Manhattan, ma quelle un po’ anguste, da “fam, fum e frec”, come me le raccontava mia nonna nei suoi ricordi. Vicino a dove vivevo c’era un cascinino dove il tempo sembrava essersi fermato: in casa non c’era neanche l’acqua corrente; la toilette era fuori, in un angolo, e nella corte razzolavano galline, tacchini e anatre.

Di fianco all’abitato c’era una porta di legno grossa e un po’ malmessa, dalla quale provenivano suoni strani e gutturali. Un giorno, una delle vecchie che vivevano lì mi chiese se volessi vedere cosa c’era dentro. Risposi di sì: entrando, fui colpito da una zaffata non sgradevole di fieno e umidità. Nel buio, una figura enorme e rumorosa si muoveva e mugghiava. Non avevo paura, solo curiosità per quella creatura che si agitava nelle tenebre. Feci un passo verso di lei, fino a che non girò il suo muso allungato. Due occhi grandi, liquidi, mi fissarono con placida indifferenza: altro non era che una mucca. Ma migliaia di anni fa, quando i nostri antenati si trovavano davanti allo sguardo di un bovino, fuggivano a gambe levate. L’uro, il progenitore del bestiame domestico, era infatti un animale terribile. Al garrese misurava 175 centimetri, 25 in più rispetto a una vacca di taglia media, l’equivalente, più o meno, di un rinoceronte. I tori, in particolare, erano terrificanti e maestosi, con le corna a lira ricurve in avanti e il vello nero con una striscia pallida sulla spina dorsale. Degli uri ne parlò pure Giulio Cesare nel De Bello Gallico:

Sono leggermente più piccoli degli elefanti, assomigliano ai tori per aspetto, colore e forma. Sono molto forti, estremamente veloci, non risparmiano né uomini, né animali – scriveva il generale romano – non si riesce ad abituare gli uri alla presenza degli uomini, né ad addomesticarli, neppure se catturati da piccoli.

Qualcuno però in passato lo aveva fatto: è dagli uri infatti che discende il bestiame odierno. Già ai tempi dei Romani, gli uri erano confinati nell’Europa centrale (nel 1627 morì l’ultimo esemplare conosciuto, una femmina, nella foresta polacca di Jaktorow), ma un tempo il loro areale era molto più ampio e andava dall’India al Nordafrica, comprendendo tutta l’Europa. Italia e Lomellina compresi: ne sono una prova i fossili che talvolta spuntano da fiumi e torbiere. Come un paio di corna, emerse dal Po a Mezzana Bigli nel 2014 e trovate da un barcaiolo dopo una piena. Una testimonianza di quando regnavano i “tori elefanti”.

Alessio Facciolo

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