Come in questo 2025, anche cento anni fa l’Anno Santo proponeva la conversione come opportunità di crescita per la società ed unica via per il conseguimento della pace. La prima guerra mondiale era finita da meno di un decennio e l’Italia, come il resto d’Europa, era attraversata da tensioni forti e preoccupanti. Nell’indire l’Anno Santo del 1925 il Papa aveva invitato alla conversione e alla pace.
«Mentre il mondo ribolle di passioni politiche – scriveva cento anni fa l’Araldo Lomellino – la figura candida del Papa sta ritta dinnanzi a tutti i popoli e da Essa discende la parola ristoratrice che ha recato G. Cristo per primo sulla terra e che oggi pronuncia con effetto, solo il suo vero rappresentante. Pace! È questa la parola magica che sulle labbra del Pontefice disseta gli animi, fa dimenticare le differenze di classe, le divergenze di interessi». Che piaccia o no, il magistero del Papa è oggi come allora l’unico possibile e realistico riferimento per la risoluzione delle tensioni nel mondo e il ristabilimento di un clima di pace reale tra le nazioni. La vita quotidiana, da noi, evidenziava in questo periodo problemi per alcuni aspetti nuovi. Il settimanale diocesano pubblicava questa settimana che in Lomellina erano presenti 26mila mondariso. Un numero notevole. Se ciò significava lavoro, comportava ora anche qualche problema. Infatti, in quel momento i dati rivelavano che «molta mano d’opera locale non è stata contrattata; è quindi vista posposta alla forestiera». La manodopera, insomma, cominciava a venire da fuori.
Il perché di questo fatto – spiegava il nostro cronista – va ricercato nella ritrosia della mano d’opera locale di farsi iscrivere negli uffici di collocamento per i controlli.
Ma c’era anche dell’altro. L’Araldo evidenziava i problemi di trattamento, ma anche la noncuranza in cui queste ragazze erano lasciate. Talvolta sorgevano anche preoccupazioni per la morale e per il rispettoso trattamento delle lavoratrici. «Mentre la risaia rappresenta una vera miniera di ricchezza materiale – scriveva infatti ancora l’Araldo – nel senso morale essa rappresenta una vera miseria. Si rintracciano qua e là dormitori ancora promiscui, gli orari di chiusura dei dormitorii non sono fatti osservare, il riposo domenicale è frequentemente infranto, certi dormitori hanno più della stalla che del giaciglio umano, tristissimi fatti di accaparramento di fanciulle, anche minorenni da parte dei soliti fannulloni viziosi e corruttori vengono tratto tratto ad intorbidire la cronaca».
Carlo Ramella, storico locale


