Letti e Piaciuti / A sangue freddo

Oggi il true crime è dappertutto. Libri, video, podcast, interviste: un genere narrativo che non è mai passato di moda e che, trainato da alcuni grandi casi di cronaca nera (qualcuno ha detto Garlasco?) sta vivendo uno dei suoi momenti più floridi, almeno in Italia. Di fianco a chi lo fa con qualità, ce ne sono però tanti, troppi, che pur di avere interazioni pigiano l’acceleratore sul morboso, sul pettegolezzo, sul sensazionalistico, dividendosi in tifoserie da stadio e perdendo di vista l’aspetto giornalistico primario: quello di raccontare un fatto nudo, crudo, brutale anche se necessario, ma vero e verificato.

Nel 1966 Random House diede alle stampe un romanzo uscito inizialmente a puntate sulle pagine del periodico The New Yorker, un resoconto dettagliato del quadruplice omicidio di una benestante famiglia del Kansas (padre, madre e due figli adolescenti) avvenuto per mano di due balordi. Per scrivere “A sangue freddo”, questo il titolo italiano dell’opera, il suo autore Truman Capote ci mise sei anni, passati a sviscerare ogni testimonianza, ogni dettaglio, ogni momento prima, durante e dopo il delitto, fino al processo e alla condanna: un tuffo nell’abisso, uno sporcarsi le mani con la “nera” che forse molti non si aspettavano, da un cronista delle mondanità newyorchesi.

All’epoca c’è chi lo accusò di voyeurismo (a costo di ripetersi: avessero visto certi video di sedicenti blogger odierni…), ma quello di “A sangue freddo” è un viaggio che procede in parallelo sulle strade del Kansas e nelle fredde profondità dell’animo umano, una cronaca non distaccata, semmai analitica, di quattro omicidi che nessuna ragione avevano di esistere.

Nemmeno quella, e forse questo diede fastidio in quell’epoca un po’ moralista, del male, qui nemmeno banale, soltanto inutile. Per Capote la sua opera era un manifesto: quella del romanzo di non-finzione,

una forma narrativa che impiegasse tutte le tecniche dell’arte romanzesca, ma che fosse nondimeno rigorosamente fedele ai fatti, per citare la sua intervista rilasciata a George Plimpton nel 1966.

E se Capote contrapponeva il giornalismo e le sue regole a romanzieri «troppo soggettivi, ipnotizzati dai propri demoni interiori», forse oggi è chi scrive notizie che dovrebbe ricordarsi la lezione di “A sangue freddo”: far tacere il proprio io e far parlare nel modo adeguato i fatti.

Alessio Facciolo

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