In occasione del Natale siamo soliti vedere in televisione reportage che arrivano direttamente da Betlemme, e non potrebbe che essere così. Quest’anno però sarà diverso. Per via della situazione drammatica che si sta vivendo in Terra santa, tutte le manifestazioni e le celebrazioni pubbliche cui eravamo affezionati e che avevano luogo nella grande piazza di fronte alla Basilica della Natività sono state sospese. Si rischia seriamente che anche il 25 dicembre, invece di immagini e voci di pace e gioia, irrompano testimonianze strazianti, che ci parlano ancora di guerra, di disperazione, di lutto. Le pagine del Vangelo però ci hanno preparato a questo, e anche il calendario liturgico ce lo ribadisce.
Ogni anno infatti, subito dopo Natale, esattamente il giorno successivo, celebriamo Santo Stefano, protomartire, lapidato proprio mentre annunciava la pace, quella vera, che ci viene svelata e donata nel Signore Gesù. E come se non bastasse, due giorni dopo, il 28 dicembre, ricorre la memoria dei santi innocenti martiri, che ci fa ricordare i fanciulli che, secondo il Vangelo di Matteo (2,16-18), Erode avrebbe fatto uccidere, dai due anni in giù, nel tentativo di eliminare quello nel quale, come confermato dai Magi, si sarebbero realizzate le promesse e che si sarebbe rivelato poi come vero re d’Israele e dell’umanità intera. Ora, come potrebbe non andare la mente, in questo frangente angosciante, ai tanti, troppi bambini che vengono uccisi ogni giorno, sempre nello stesso lembo di terra martoriato…? E come non pensare, commossi, alle loro famiglie, lacerate dal dolore…? In tale senso, in Mt 2,17-18 si legge:
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più”.
Nel versetto successivo, però, inatteso, uno sprazzo di luce, di speranza. Si dice infatti che, morto Erode, Giuseppe poté fare rientro con Maria e il bambino nella sua terra e nella sua casa.
L’auspicio è che presto possa essere così anche per le tante famiglie che, proprio come quella di Gesù, sono dovute fuggire e che forse una casa adesso non ce l’hanno neppure più.
don Luca Pedroli, biblista Pont. Ist. Bibl. Di Roma


