Letti e piaciuti / Ai confini degli antichi imperi

Se c’è una cosa che mi appassiona senza una ragione particolare sono gli spazi liminali della Storia. I luoghi solo tangenzialmente toccati dai grandi eventi, enormi distese d’erba o minuscoli villaggi dove la gente si limitava (o si limita tuttora) a vivere, senza mai entrare nel cuore di imperatori, eserciti, cronachisti di ogni epoca.

È sulla spinta di questa suggestione che ho comprato Ai confini degli antichi imperi di Owen Rees (Bollati Boringhieri): non ho trovato esattamente quello che cercavo (o meglio, non solo) e per questo il viaggio che ho fatto si è rivelato essere altrettanto interessante. Nel saggio viene trattata la vita in alcuni avamposti ai margini di quello che, nell’Età Antica, era il mondo conosciuto: forti di confine fra l’Egitto e la misteriosa Nubia, antiche città bibliche, ma anche posti che oggi sono metropoli fiorenti nel cuore dell’Europa come Marsiglia. Luoghi dove civiltà e barbarie (quale fosse l’una e quale l’altra è solo una questione di prospettive) venivano in contatto commerciando, litigando, mischiandosi e influenzandosi a vicenda.

L’archeologia non è la pubblicità dell’amaro Montenegro, non ci sono antichi vasi da portare in salvo: spesso i reperti che arrivano dal passato sono oggetti comuni e banali, ma che ci dicono tantissimo sui nostri avi. È analizzando le stoviglie del forte di Askut, in gran parte di foggia nubiana, che si arriva ad esempio alla conclusione che gli Egizi sul confine prendessero volentieri moglie tra i “nemici”; e che la preferenza per i piatti della cucina nubiana (con relativo pentolame) si sia tramandata negli anni successivi. Una serie di tavolette scritte a Vindolanda, nei pressi del Vallo di Adriano nell’attuale Regno Unito, parlano del tran tran dei soldati da tutto l’Impero romano (dall’Africa, dalla Siria, dalla Sardegna) chiamati a vegliare sulle incursioni dei caledoni. Testi in cui si parla poco di battaglie e tanto di forniture di biancheria come calzini, mutande, sandali.

E poi testimonianze ancor più lontane: è partendo dalla descrizione di una colonna, con un’iscrizione dedicata a un uomo greco devoto a una divinità indiana, che si dipana la storia della città di Taxila, nell’attuale Pakistan. Prova di un mondo antico molto più interconnesso di come ci immaginiamo oggi (lo dimostrano pure le pandemie del passato, molte delle quali corsero lungo la via della Seta), dove nomadi sciti si facevano seppellire con scarabei egizi, monaci buddisti facevano proseliti ad Alessandria e burocrati vietnamiti si lamentavano del regalo misero offerto dagli emissari del regno dei Da Qin: che altro non era che il lontano Impero di Roma, il quale ebbe contatti diretti anche con l’impero cinese.

Alessio Facciolo

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