Mappamondo / Riavvicinamento tra Usa e Cina

È di qualche giorno fa l’accordo tra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina di Xi Jinping. Due mondi che più lontani non potrebbero sembrare, ma allo stesso tempo così dipendenti l’uno dall’altro, sembrano avvicinarsi nuovamente dopo un lungo periodo di diffidenza e tensioni.

Tuttavia, quando due nemici se le sono date per anni, non è certo un abbraccio che li riappacificherà per sempre. Tra l’altro, un vero e proprio abbraccio (anche solamente metaforico) tra i due presidenti non c’è proprio stato. Trump ha sfoggiato la sua consueta verve teatrale, alternando fendenti a sorrisi compiaciuti, Xi ha mantenuto il suo abituale distacco imperturbabile. Possiamo dire che non ci siano stati scontri aperti, e questo, già di per sé, è un fatto. Ma sarebbe ingenuo interpretare la calma apparente come il preludio di una nuova intesa. Sono arrivate promesse e intese commerciali, sì, ma più di facciata che di sostanza. Ridurre i dazi del 10%, mantenendoli comunque al 47%, non è esattamente il segnale di un’amicizia ritrovata. Trump, dal canto suo, si è portato a casa un risultato politico immediato: la riapertura del mercato cinese alla soia americana, che era stata praticamente messa al bando e che aveva provocato gravi contraccolpi economici per l’agricoltura statunitense, un settore cruciale per il suo elettorato.

In cambio, Pechino ha annunciato la sospensione per un anno delle restrizioni sull’esportazione di terre rare, di cui detiene un quasi monopolio mondiale.

Rimangono però nodi sostanziali da sciogliere. Trump ha dichiarato che nel suo incontro con Xi Jinping si è discusso abbondantemente sulla guerra in Ucraina, ma la realtà è che la Cina, continuando ad acquistare petrolio russo, sta di fatto alimentando la macchina bellica di Mosca contro Kiev. Il colpo da maestro di Trump potrebbe arrivare dalla vendita del greggio estratto in Alaska, ma questa operazione aprirebbe nuove tensioni geopolitiche con la Russia. E poi c’è un altro elemento, simbolico ma non meno significativo. Poco prima dell’incontro, il presidente americano ha annunciato la possibile ripresa dei test nucleari. Un messaggio che richiama gli echi più cupi della Guerra Fredda, ma che soprattutto serve a chiarire che Washington non intende restare indietro nella modernizzazione del proprio arsenale. Oggi Cina e Russia sono più avanti degli Usa nel programma di aggiornamento nucleare e questo squilibrio rappresenta un campanello d’allarme strategico per l’Occidente.

Matteo Re, docente dell’Università di Madrid

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