Mappamondo / Uno spiraglio di pace

Nei giorni scorsi si è parlato molto della Flotilla e delle sue sorti, soprattutto dopo l’intervento dell’esercito israeliano e il conseguente fermo degli attivisti. Gli attimi precedenti all’abbordaggio sono stati trasmessi in diretta dai media e rilanciati in tempo reale dalle piattaforme social, amplificando la partecipazione emotiva del pubblico. In Italia, come altrove, le notizie hanno suscitato scioperi, cortei e manifestazioni di solidarietà.

Quasi in secondo piano invece è passata la proposta di accordo di pace avanzata da Donald Trump. Certo, se ne è discusso in Parlamento, dove l’approvazione è arrivata con l’astensione dell’opposizione, ma la notizia non ha avuto lo stesso impatto della spedizione pacifista. Ancora una volta, l’attenzione pubblica si è concentrata più sul gesto simbolico che su un passo concreto verso la cessazione delle ostilità. In questo senso, la questione centrale rimane il significato stesso della pace. Una “pace giusta”, nella storia, difficilmente è esistita. Per chi è sconfitto, la pace implica sempre concessioni, spesso dolorose, al vincitore.

Quando non si hanno i mezzi per imporre la propria posizione, la firma di un accordo rimane l’unica strada, e se anche non restituisce equità, può almeno garantire la fine delle violenze.

E in guerra, la fine dei bombardamenti non rappresenta un dettaglio marginale. Anche i vincitori tuttavia possono percepire un accordo come ingiusto. Un esempio noto è la dannunziana “Vittoria mutilata”. Il poeta-soldato non voleva in realtà condannare apertamente la pace siglata dall’Italia dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, intendeva piuttosto ribadire che lui la mutilazione della vittoria, non l’avrebbe mai accettata. Eppure la memoria collettiva ha tramandato il termine come un atto di accusa nei confronti di quell’accordo. Alla base della polemica vi era il fatto che, in nome del principio wilsoniano dell’autodeterminazione dei popoli, l’Italia non poté annettere la Dalmazia, nonostante le promesse fatte al momento dell’entrata in guerra contro gli Imperi centrali. E oggi? Il piano di Trump non convince tutti – ed è comprensibile immaginare che non basti un tratto di penna per chiudere un conflitto secolare – ma resta l’unico gesto concreto per far tacere i bombardamenti e offrire un minimo di respiro alla popolazione di Gaza. Che tra i punti centrali vi sia la dissoluzione di Hamas e il rilascio dei prigionieri, è cosa buona e giusta.

Matteo Re, docente dell’Università di Madrid

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