Next Generation / Il Piano per il rilancio (anche locale) dell’Italia

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Il Next Generation Italia è un bivio. Da una parte la possibilità di rilanciare il Paese uscendo dalla crisi coronavirus e dalla nebbia che lo avvolge dalla fine della Guerra fredda, passando per lo shock del 2008 e arrivando a quello attuale, dall’altra il rischio di proseguire sulla via del declino e dell’anonimato internazionale.

I 209 miliardi di euro previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza – questo il nome ufficiale – potranno risvegliare o di affossare l’Italia e avranno la stessa ricaduta a livello locale, in funzione di quanto la classe dirigente vigevanese e lomellina saprà reggere la sfida.

Il pacchetto fa parte dei fondi stanziati dall’Unione Europea nel luglio del 2020 e si compone di 196.5 miliardi del “Recovery and resilience facility” – di cui 68.9 in sovvenzioni e 127.6 in prestiti – 13 del piano React-Eu, per progetti già avviati, 0.5 del “Fondo per una transizione giusta”, per una somma che arriva a circa 210 miliardi perché il Governo italiano ha voluto tenere un margine operativo. Non sono le uniche risorse che saranno messe in campo per l’Italia dall’Unione negli anni ’20,

perché altri 80.1 miliardi sono previsti nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027, 7.9 da fondi strutturali (i cosiddetti Sie e Pon) e per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (Feasr), e altri da progetti già in essere, per una somma complessiva di oltre 300 miliardi di euro.

PP Next Generation Italia - Conte firma

LA STRATEGIA La bozza del Pnrr, approvata dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio e ora al vaglio di Parlamento, categorie produttive, forze sociali, Terzo settore, reti di cittadinanza, si propone come un’iniziativa per «la ripresa» dalla crisi, «la resilienza» ovvero la preparazione del sistema a reggere nuovi eventi estremi, e «la riforma», sulla falsariga delle Raccomandazioni della Commissione europea e dei Piani nazionali di riforma adottati dall’esecutivo italiano. Questi tre obiettivi si intersecano con i tre assi strategici previsti dal Next generation Eu, che sono digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale; al primo ambito è destinato in maniera vincolante il 20% delle risorse, al secondo il 37%, mentre il 70% di tutti i fondi sarà usato per investimenti pubblici e il 21% per incentivi ad aziende e privati.

A partire da questi cardini, il Pnrr si articola in 6 missioni, per un totale di 16 componenti funzionali – aree “tematiche” – e di 48 linee d’intervento, all’interno delle quali si collocano i progetti, divisi tra “in essere” e “nuovi”.

La prima missione è “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” (46.3 miliardi) e comprende tre direttrici quali digitalizzazione e modernizzazione della Pa (11.75), innovazione e digitalizzazione delle imprese (26.55), attrattività turistica e culturale (8). La seconda si intitola “Rivoluzione verde e transizione ecologica” (69.8) e ha al suo interno quattro percorsi ovvero agricoltura sostenibile ed economia circolare (7), transizione energetica e mobilità locale sostenibile (18.2), efficienza energetica e riqualificazione degli edifici pubblici e privati (29.55), tutela del territorio e risorsa idrica (15.03). La terza è “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (31.98) attraverso alta velocità ferroviaria e manutenzione stradale 4.0 (28.3), intermodalità e logistica integrata (3.68), la quarta “Istruzione e ricerca” (28.49) tramite potenziamento delle competenze e diritto allo studio (16.72), dalla ricerca all’impresa (11.77), la quinta “Inclusione e coesione” (27.62) secondo politiche per il lavoro (12.62), infrastrutture sociali, famiglia, comunità, Terzo settore (10.83), interventi speciali di coesione territoriale (4.18). Chiude “Salute” (19.72), che ha come assi da un lato assistenza di prossimità e telemedicina (7.9) e dall’altro innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria (11.82). A ognuno di questi nei prossimi numeri L’Araldo dedicherà un approfondimento specifico.

46300000000

M1 Digitalizzazione e innovazione

69800000000

M2 Rivoluzione verde e transizione ecologica

319800000000

M3 Infrastrutture

284900000000

M4 Istruzione e ricerca

276200000000

M5 Inclusione e coesione

197200000000

M6 Salute

OLTRE IL DENARO Non si tratta solo di allocare i fondi, ma anche di riuscire a spenderli, perché i tempi previsti sono stringenti: impegni di spesa da assumere entro il 2023 – la maggior parte dei quali nel 2021 e nel 2022 – e pagamenti entro il 2026. Per questo l’Italia ha la necessità di affrontare le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno dagli anni ’80 del secolo scorso. Lo stesso Pnrr mette in risalto le criticità, partendo dai «risultati nel campo dell’istruzione, dell’innovazione tecnologica e della produttività» che «evidenziano significativi ritardi» con l’Italia quart’ultima in Ue per l’indice Desi ( Digitalizzazione dell’economia e della società) e ultima per competenze digitali, passando alla «debole capacità amministrative del settore pubblico italiano» che è «ostacolo al miglioramento dei servizi offerti e degli investimenti», i quali sono frenati anche dalla «complessità e lentezza della Giustizia».

Tutto questo richiede una serie di riforme ineludibili: della Pa, della giustizia, del sistema tributario con annessa lotta all’evasione fiscale, delle procedure burocratiche e per le infrastrutture, del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali.

E una governance efficiente, che Germania, Francia, Spagna – perfino la Grecia spesso considerata termine di paragone negativo – hanno già adottato e che in Italia è avvolta dal mistero. Una sfida che è meno impegnativa dello spesso rievocato “Piano Marshall”, che attualizzato varrebbe circa 89 miliardi, che fu pagato con fondi e materie prime degli Stati Uniti e che, accanto all’aspetto economico, prevedeva una precisa scelta di campo internazionale. Quell’Italia, pur distrutta dalla seconda guerra mondiale che si era combattuta lungo tutta la penisola e con oltre 400mila morti su una popolazione di circa 40 milioni, seppe ricostruire, l’Italia di oggi più che salvare se stessa dovrebbe avere la forza di costruire quella di domani. Della «prossima generazione».

Giuseppe Del Signore

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