Pavia, zona più arancione che rossa

Il territorio pavese è in una fase complessa, ma non critica come altre aree della Lombardia. Più arancione che rosso, anche se riceverà lo stesso trattamento della Regione in cui si trova. Lo attestano i numeri, lo dimostra il fatto che in questo momento è una delle aree di destinazione dei contagiati che non riescono a essere assorbiti negli ospedali delle zone in cui la seconda ondata è più imponente e lo conferma anche Mara Azzi, direttore generale di Ats di Pavia. «La situazione – spiega – non è semplice, ma il pavese al momento sembra risentire di meno dell’epidemia. I nostri ospedali ricevono pazienti milanesi, noi stiamo aumentando i posti letto non tanto per un’esigenza nostra, perché avremmo servizi sufficienti, ma per rispondere a esigenze esterne. Con un grande sforzo continuiamo a fare le indagini epidemiologiche, che altrove sono state sospese». Per condurle Ats ha messo in campo 210 persone, che cercano di far fronte a un incremento di casi rilevante, 2116 nell’ultima settimana (al 02-11). «Ci scusiamo – dichiara il direttore generale – se non riusciamo ad arrivare immediatamente in tutti i casi, ma la mole di lavoro è enorme, anche perché un’indagine epidemiologica non dura pochi minuti, ma richiede almeno mezz’ora ». A quest’attività si dedicheranno anche i medici specializzandi in medicina generale al primo anno di corso.

03 PP Coronavirus - Ats Pavia direttore generale Mara Azzi
Il direttore generale Azzi

IL QUADRO Mercoledì in Provincia risultavano 5073 casi attivi, dei quali 245 ricoverati e 22 in terapia intensiva, cui occorre aggiungere i pazienti provenienti da altre zone lombarde. Nelle case di riposo i focolai sono 4, tutti sotto controllo e monitorati, con alcuni contagiati ricoverati e altri presso le stesse rsa, ma con sintomi lievi e isolati. «Significa – commenta Azzi – che la maggior parte dei pavesi positivi è gestita sul territorio dai medici di medicina generale, dalle Usca, dall’Assistenza domiciliare integrata Covid, tutte in contatto con gli specialisti ospedalieri. A questo proposito vorrei sottolineare che se più di 4500 persone sono curate sul territorio vuol dire che i medici di famiglia non sono solo disponibili, ma anche molto bravi e a loro non può che andare la mia stima, pur nella diversità dei ruoli che porta talvolta a confrontarsi in maniera franca». Anche loro dovrebbero a breve essere coinvolti nell’esecuzione dei tamponi. «Stiamo aspettando il protocollo sanitario – argomenta il direttore generale – i tamponi rapidi sono arrivati a metà settimana e insieme ai Comuni stiamo trovando degli spazi da mettere a disposizione di chi non potrà farli in ambulatorio. Il paziente non arriverà mai direttamente lì, ma ci sarà una valutazione dei sintomi e dell’esposizione al contagio da parte del medico, che quindi non li eseguirà a soggetti sintomatici, pauci-sintomatici e contatti stretti di positivi, non per attività di screening». Nei giorni scorsi l’Esercito, personale del comune e di Ats hanno fatto un sopralluogo al palazzetto, che potrebbe essere usato per i tamponi “drive-in”.

COVID-HOTEL Nel frattempo anche nel territorio saranno individuati degli “Alberghi sanitari per la degenza Covid- 19”, Ats ha avviato l’acquisizione delle disponibilità da parte delle strutture ricettive. «L’individuazione di “case temporanee di positivi”, strutture idonee all’accoglienza di persone contagiose, è in questo momento necessaria per ridurre il rischio di diffusione dell’epidemia in contesti familiari o in situazioni abitative collettive».

Giuseppe Del Signore

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