Ambiente / Rapporto smog-covid? Sempre più studi in questa direzione

Lo smog è uno dei motivi per cui in Lombardia ci si ammala e si muore di più di Covid-19?

Il sospetto nasce dal fatto che quest’area è stata più colpita del resto d’Italia, che la Pianura Padana è una delle zone più inquinate d’Europa

per quanto riguarda la presenza di polveri sottili e altri componenti nocive nell’aria e che aree in situazioni analoghe sembrano avere una maggiore esposizione al Sars-CoV-2, ma per la scienza è fondamentale dimostrare una correlazione diretta tra l’inquinamento atmosferico e il coronavirus; al momento la “pistola fumante” non c’è, tuttavia sono sempre di più gli studi che confermano un’interazione.

INDIZI Un’indagine condotta in un ospedale in Malesia, pubblicata su Nature a gennaio, ha analizzato «il possibile ruolo del PM2.5 come vettore per far rimanere il Sars-CoV-2 nell’aria» in un ambiente chiuso e ha concluso che

l’Rna del Sars-CoV-2 è presente nei campionamenti ambientali, per cui è cruciale determinare se questi Rna arrivino da particelle integre di virus o sono soltanto Rna da particelle virali non infettive. Comunque il nostro studio non ha potuto mostrare un collegamento diretto

In precedenza una ricerca condotta da Harvard e pubblicata su Science Advances in novembre, ha applicato il metodo dell’analisi ecologica regressiva per verificare l’andamento della mortalità nelle contee degli Stati Uniti in funzione del PM2.5 e ha scoperto che

un aumento di 1 microgrammo al metro cubo nella media a lungo termine del PM2.5 è associato con un incremento del tasso di mortalità statisticamente significativo dell’11%

Il limite della distorsione ecologica è che non basta a individuare un nesso di causalità, per il quale occorre uno studio individuale su un campione statistico adeguato, tanto che nello stesso studio si riporta una correlazione anche con reddito familiare medio, densità abitativa, giorni a partire dal primo caso di Covid-19 identificato, grado d’istruzione, età, percentuale di residenti afroamericani.

AGIRE Anche se manca la prova definitiva ci sono abbastanza tracce per essere certi che è meglio intervenire. «La quantità di evidenze – ha dichiarato al Guardian Francesca Dominici, una delle autrici dello studio – è abbastanza per dire che non c’è nulla da perdere, e solo benefici, per dare priorità alle aree più vulnerabili» perché «c’è una grande evidenza scientifica che ci fa pensare che un virus che attacca i polmoni e uccide con una polmonite virale, potrebbe diventare più letale se i tuoi polmoni sono compromessi perché stai respirando aria inquinata». Senza contare che un’altra pubblicazione scientifica, in uscita ad aprile, conclude che in determinate condizioni i virioni, le particelle virali, molto più piccole del PM2.5, si possono legare a questo, che agirebbe come una navetta per “consegnarle” agli alveoli polmonari, aumentando la carica virale trasmessa.

Gds

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