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«Analogamente l’Autorità garante […] ha posto particolare attenzione alle mense scolastiche che, per alcuni bambini, rappresentano il pasto più completo e sano della giornata». Così la relazione al Parlamento 2021 del garante dell’infanzia sottolinea l’importanza delle mense come ambienti scolastici per promuovere il benessere e la salute dei minori, ma anche la socialità. La provincia di Pavia, secondo Save the Children, nell’anno scolastico 2021-22 vedeva nella primaria una percentuale tra il 40 e il 60% di studenti che usano la mensa a fronte di una media regionale di 79.2% per un 55.1% di studenti lombardi in classi a tempo pieno.
MENTE PIENA La frequenza pomeridiana nei primi cicli del percorso d’istruzione è considerata una forte discrimine a livello di povertà educativa in letteratura ovvero, come scrive Save the Children in un “Policy paper” dello scorso novembre,
il tempo pieno ha un effetto positivo sul tasso di partecipazione scolastica» e inoltre «aumenta l’offerta di lavoro dei genitori e, di riflesso, il reddito familiare
nel medio periodo «porta a risultati scolastici successivi migliori» e nel lungo si associa a un reddito più alto. Eppure in Italia solo un edificio scolastico su tre ha la mensa annessa (Openpolis), dal 2015 al 2019 l’80% di tutte le scuole costruite non la ha (Altreconomia) e, laddove queste sono presenti in numero minore (in particolare il sud Italia e le aree interne), maggiore è la deprivazione alimentare (Istat), anche se non è possibile stabilire un nesso di causa-effetto diretto tra i due fenomeni, considerando che la povertà alimentare è un fenomeno multifattoriale.
LUNGO LA PENISOLA Nella parte meridionale del Paese il 22.1% delle scuole ha una mensa, si scende al 21% nelle isole, si sale al 41.3% nella parte centrale, al 47.8% in quella nord-occidentale e ci si attesta al 36.5% in quella nord-orientale. In tutto sono stimati in circa 2 milioni gli studenti che consumano il pranzo a scuola, che per una fetta consistente rappresenta l’unico pasto bilanciato della giornata (il 26.3% dei minori sono sovrappeso o obesi, dato 2023) oppure l’unico pasto proteico giornaliero (il 2.5% degli under18 nel 2021). E in Lomellina? Non stupisce che i comuni in cui le scuole non hanno una mensa sono gli stessi che costituiscono la dorsale dell’Area interna: Candia, Castelnovetto, Confienza, Ferrera Erbognone, Mede, Ottobiano, Palestro, Pieve Albignola, San Giorgio, Sannazzaro, Sartirana, Zeme e, appena fuori dall’Area, Borgo San Siro, Dorno e Tromello. A questi si aggiungono quelli che una scuola neppure la hanno: Albonese, Breme, Ceretto, Cergnago, Cozzo, Galliavola, Gambarana, Langosco, Mezzana Bigli, Nicorvo, Olevano, Rosasco, Sant’Angelo, Scaldasole, Semiana, Suardi, Torre Beretti, Valeggio, Velezzo, Villa Biscossi. Fanno eccezione Castello d’Agogna (2 su 2), Parona (1 su 1), Valle (2 su 3 scuole), Lomello (1 su 2), Alagna (1 su 2) e poi i centri maggiori come Vigevano (51.7%), Gambolò (1 su 3), Garlasco (1 su 2), ma a Mortara ci si ferma a 1 su 9.
CONSEGUENZE Niente mensa, per chi già deve spostarsi dal comune di residenza e affrontare viaggi non sempre agevoli, rientrando a casa a metà pomeriggio o dopo, vuol dire un minore accesso al diritto all’istruzione. Non a caso “Il ritratto territoriale della Lomellina”, a cura del Politecnico di Milano, spiega che
la Lomellina ha un livello di scolarizzazione inferiore alla media regionale, registrando una grave carenza di residenti con livelli elevati di scolarizzazione (secondaria e terziaria) a elevata professionalità
con una percentuale di inattivi/pensionati pari al 50%. Impensabile costruire una mensa in ogni comune, soprattutto se molti di questi comuni una scuola neppure ce l’hanno; ma nella patria della lotta ai “furbetti della refezione scolastica”, lanciata a Vigevano nel 2012 dall’allora sindaco Andrea Sala contro i cittadini morosi e assurta alle cronache nazionali per la durezza (chi non poteva permettersi di pagare consumava un panino in classe o portava i figli a casa), si potrebbero pensare soluzioni nuove: tra l’utopia e l’inazione c’è una via di mezzo che può tracciare una traiettoria diversa dal progressivo spopolamento.

«Nel territorio non c’è povertà alimentare»
«Grazie a Dio nel nostro territorio non ci sono grossi casi di povertà alimentare». Così don Moreno Locatelli (nella foto), direttore della Caritas diocesana di Vigevano, commenta la situazione che riguarda la difficoltà delle persone disagiate a mettere insieme almeno un pasto completo al giorno. Un problema che in Italia, soprattutto al Sud, colpisce in particolare i giovani, ma che nella diocesi ducale è invece molto controllato.
LE MENSE PER I POVERI Qui sono attive tre mense per i poveri supervisionate dalla Caritas: a Vigevano alla Madonna Pellegrina e presso il convento dei frati cappuccini in corso Genova, e a Mortara sotto la guida di don Felice Locatelli. La mensa è un aiuto per chi non è in condizione di cucinare o di comprarsi un pasto. Ogni Caritas parrocchiale inoltre mette a disposizione borse alimentari una volta al mese con pasta, riso, olio, passata di pomodoro e altri beni primari: tutto quanto serva a fornire pasti equilibrati.
IL BANCO ALIMENTARE Da non dimenticare il Banco alimentare che ogni anno realizza una raccolta straordinaria. «C’è qualche clochard o chi non ha un fornello per cucinare – spiega don Locatelli – ma sono casi isolati, a cui le mense dei poveri e le borse alimentari sopperiscono con risultati positivi. Sia ben chiaro, non è la risposta a un problema, ma un supporto a condizioni di disagio che per fortuna non sono estreme. Il contributo della Caritas si aggiunge alla collaborazione di Coordinamento del volontariato e Croce rossa, che mettono sempre in campo iniziative di distribuzione alimentari. La borsa alimentare non è indispensabile per non morire di fame, ma è un’integrazione a quanto organizzato dalla società civile e dalla comunità cristiana».
Gds; Dz.

