Caramuel, violenza tra i banchi: quattro sospesi per 40 giorni

Tutto comincia con un gioco negli spogliatoi dell’istituto Caramuel. Protagonisti i ragazzi di una classe. Un cestino viene lanciato e chi lo fa cadere paga pegno. Manco a dirlo, nel mirino dei “furbi” c’è la vittima di turno: quello già preso di mira, l’emarginato della classe. E quando il cestino cade, guarda caso proprio a lui, arriva il “caricone”. Il gruppo non perde tempo, solo che il “caricone” passa la misura e il malcapitato, è il caso di dirlo, esce con le “ossa rotte” ed è costretto ad andare all’ospedale a farsi curare. Rimane a casa per dieci giorni e indica tre dei suoi aggressori.

Matteo Loria

SUPER SOSPENSIONE La decisione del Consiglio d’istituto è quella di una sospensione emblematica: tutti e tre di 40 giorni. Gli “eroi” sono rientrati di recente e pare che abbiano imparato la lezione. Ma non è l’unico caso. In un’altra sezione pare che un altro studente si sia presentato con un coltello a serramanico. Anche lui sospeso per quaranta giorni. Ovviamente per i quattro, tutti minorenni, la sospensione è stata senza frequenza. Un lungo periodo per meditare su quello che hanno fatto. Non ci sono denunce solo perché i genitori della vittima hanno preferito evitarlo. Il rientro dei ragazzi è avvenuto a metà maggio. L’attenzione alla valutazione della condotta, fortemente voluta dal ministro, che ha disposto in proposito recentemente nuove regole, non è stata disattesa. Nell’ambiente delle scuole superiori vigevanesi ne parlano tutti. In molti sostengono che il provvedimento è esagerato, un fronte è invece compatto nel dire che è quello che ci vuole per arginare i violenti ed educarli a una cittadinanza consapevole e antiviolenta.

NO COMMENT DALLA SCUOLA Dai vertici della scuola e dall’ambiente dei prof c’è il riserbo più assoluto. Il dirigente scolastico del Caramuel, Matteo Loria, risponde lapidario:

C’è il segreto di ufficio, si tratta di minorenni, la vicenda è chiusa da tempo ed è un episodio successo parecchio tempo fa. Occorre rispettare il diritto alla privacy.

Anche alcuni insegnanti interpellati alzano un muro invalicabile: «No comment assoluto».

SEGNALE IMPORTANTE È di questi giorni la diffusione di uno studio, commissionato dalla Cisl Scuola all’Università di Pavia, in cui si parla di personale scolastico nel mirino a causa di aggressioni: un insegnante su due pare si senta minacciato. Elena Maga, della Cisl scuola, sull’episodio specifico precisa: «La scuola deve dare segnali importanti. Con il buonismo non si va da nessuna parte. Contemporaneamente deve però partire un progetto di recupero, sia per gli studenti sia per le famiglie. È sbagliato definire certi gesti come ragazzate. Sono atti di violenza».

Motta: «Studenti incapaci di gestire la rabbia. E dietro c’è sempre un adulto distratto»

Vigevano Antonella Motta psicologa
la psicologa Antonella Motta

«I bulli sono l’espressione di qualcosa che, come adulti, ci è sfuggito di mano. Forse quello che manca è il livello della verifica del comportamento dei giovani da parte degli adulti. Crediamo che nostro figlio, nostra figlia si comporti fuori casa così come si comporta in casa. E questo vale anche per gli insegnanti».

VIOLENZA A SCUOLA? Antonella Motta, psicologa e psicoterapeuta, collabora da anni con le scuole, medie e superiori. Sull’argomento violenza a scuola dice: «Creiamo i mostri da sbattere in prima pagina senza sapere che i bulli sono l’esatta espressione di qualcosa che noi, adulti, non abbiamo saputo osservare con attenzione. La violenza si esprime in tanti modi diversi: una rissa in un luogo pubblico, un uomo che picchia una donna o che la uccide, una ragazza che fa a botte con una coetanea».

RICONOSCERE L’EMOZIONE «Il terreno su cui la violenza trova il suo nutrimento è la difficoltà a riconoscere e gestire l’emozione della rabbia, dietro la quale c’è un’incapacità ad affermare in modo positivo il proprio volere – continua la psicologa – Si impara da piccoli, all’interno delle nostre relazioni significative a riconoscere le emozioni, a esprimerle. Nel periodo infantile conosciamo le emozioni e apprendiamo il modo di rispondere agli eventi, osservando come i genitori, i fratelli, gli insegnanti, gli amici, gli allenatori agiscono nelle esperienze che vivono».

Ci costruiamo dei modelli di comportamento e all’interno di questi anche l’idea di chi siamo noi e di quello che proviamo.

TROPPA IMPULSIVITÀ A volte alcuni meccanismi si inceppano. «Iniziamo a rispondere in modo impulsivo agli eventi – sottolinea Motta – L’impulsività è alla base dei comportamenti violenti e di prevaricazione. Insegnanti, genitori, studenti chiedono aiuto per affrontare queste situazioni. Qualcosa come adulti ci è sfuggito di mano: gli adolescenti crescono e in questo percorso possono e devono poter sbagliare per essere aiutati ad aggiustare il tiro. Le punizioni servono se viene fatto del male. L’aggressore va punito ma anche “riabilitato” e anche la vittima ha bisogno di curare la parte che ha lasciato nelle mani del bullo e non ha difeso. Noi adulti crediamo di saper leggere cosa accade ma non è così. Non vediamo l’altro per come è ma ciò che desideriamo vedere. Serve insegnare l’arte di mettersi nei panni degli altri».

Le strategie dei dirigenti scolastici per educare al rispetto dell’altro

Promuovere un clima educativo basato sul rispetto, la responsabilità, il dialogo. Attivare sempre azioni sistemiche strutturate, quindi, non sporadiche per prevenire il bullismo. Non solo: intervenire con tempestività privilegiando mediazione e responsabilizzazione. Sono alcune, non tutte, delle azioni che andrebbero attivate per affrontare le forme di grave disagio quando avvengono in contesti come la scuola.

Elda Frojo ds all’Its Luigi Casale precisa: «Ritengo fondamentale promuovere un clima educativo basato sul rispetto, la responsabilità e il dialogo. Prevenire il bullismo richiede azioni sistemiche: formazione continua, ascolto attivo, coinvolgimento delle famiglie e lavoro di rete con i servizi del territorio. Essenziale è anche intervenire con tempestività nei conflitti, privilegiando mediazione e responsabilizzazione. Ogni sanzione dovrebbe avere una finalità educativa, accompagnata da interventi di supporto sia per le vittime sia per chi ha agito in modo scorretto, affinché si possa avviare un percorso di crescita e consapevolezza».

VIG Casale dirigente Frojo
Elda Frojo (Casale)

Anche Giovanna Montagna dell’Ic di viale Libertà conferma «che la violenza va gestita al momento in cui si verifica spiegando che i ragazzi forti, le persone forti, sono quelle che usano il dialogo e chi invece è costretto ad arrivare alle mani è più debole. Le sospensioni sono utili perché danno un messaggio forte all’alunno, non devono avere valore punitivo ma educativo. Ci sono scuole superiori che utilizzano, avendo stipulato accordi con gli enti di volontariato del territorio, progetti con questi alunni che vengono reintegrati attraverso attività di volontariato presso vari enti, perché la sospensione, in sé, non è risolutiva, l’alunno va anche rieducato. La famiglia va accompagnata, supportata anche con l’aiuto di psicologi».

Secondo Massimo Camola, dirigente dell’Ic via Valletta Fogliano «le misure di prevenzione sono legate al tentativo di costruire una cultura del dialogo e vari progetti, a livello locale, regionale e nazionale, sono stati avviati. Purtroppo è il cambiamento di mentalità l’obiettivo più arduo. La sola risposta repressiva ha grossi limiti nel contrastare questi fenomeni e, purtroppo, l’alleanza con le famiglie, anche se presenti e attente, è a volte molto complicata da ottenere».

Alberto Panzarasa, dirigente del liceo Cairoli, sostiene che «nel contesto scolastico le strategie da mettere in atto richiedono un monitoraggio attento di tutte le situazioni che si possono creare. I primi protagonisti di questo controllo sono i docenti. A volte è complicato tenere sotto controllo quell’insieme di fitti rapporti sociali che si instaurano in rete e che diventano un ambiente parallelo e collaterale alla vita in classe. Inoltre nel regolamento di istituto devono essere ben espressi i limiti invalicabili dal punto di vista disciplinare. Le sanzioni di sospensione devono sempre rappresentare una chiara richiesta di revisione del comportamento e dell’atteggiamento e devono essere funzionali al reinserimento in classe, proponendo ove possibile la sostituzione della sospensione con attività socialmente utili».

Isabella Giardini, Massimo Sala

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