A quasi dieci anni dall’Accordo di Parigi, la lotta al cambiamento climatico entra in una fase più scomoda. Nel 2015, un totale di 195 Paesi si erano impegnati a mantenere l’innalzamento della temperatura globale «ben al di sotto dei 2°C» e a fare ogni sforzo per limitarlo a 1.5°C, considerato il limite oltre il quale l’interferenza umana sul sistema climatico diventa pericolosa. Oggi, però, quei margini si stanno chiudendo: la temperatura media globale ha superato per la prima volta 1.5°C in un singolo anno nel 2024. Non è ancora una violazione formale dell’Accordo (che va valutato sul medio e sul lungo periodo) ma è un segnale inequivocabile: senza una svolta immediata, il superamento stabile di quella soglia avverrà entro pochi anni.
INVERSIONE POSSIBILE Ma questa direzione “ostinata e contraria” è irreversibile? «Sono concetti diversi – spiega Stefano Caserini, professore di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano – da una parte è evidente come non si stia andando nella direzione giusta. L’accordo di Parigi (sottoscritto da tutti ad eccezione degli Usa che ne sono usciti con Trump per poi rientrare nel 2021 con Biden) parla chiaramente di “misure drastiche e rapide”. È chiaro che questo non viene fatto ed è quindi chiaro che la direzione e l’intensità con la quale viene praticata non sia quella giusta». Quanto alla soglia di 1.5 gradi,
quello che dice la scienza – chiarisce Caserini – è che, se si aumenta la temperatura sopra i 2 gradi, si innescano dei processi per i quali poi si rischia non riuscire più a scendere a una temperatura ottimale.

VERSO LA CIMA Anche perché il mondo non ha ancora raggiunto il picco (stop della crescita e inizio della discesa) quanto ad emissioni. «La prima cosa che rende difficile fare una previsione è il fatto che non abbiamo ancora i dati del 2025. Tuttavia lo stesso anno coincide con una riduzione parecchio significativa delle emissioni di CO2 cinesi, e questo porta alcuni esperti a ipotizzare il raggiungimento del picco entro il 2030. Ma solo per la CO2: che, sebbene rappresenti l’80% del problema, va affiancata anche alla riduzione di metano e di protossido di azoto».
CHI EMETTE Qui emerge la questione politica centrale: chi è responsabile? Gli Stati non partono tutti dallo stesso punto, né le aziende. C’è chi ha inquinato per secoli e chi ne sta semplicemente pagando le conseguenze. Secondo il database Carbon Majors, curato dal think tank britannico InfluenceMap, nel 2024 32 aziende hanno avuto la responsabilità di metà delle emissioni mondiali, tra queste le pubbliche Saudi Aramco (Arabia Saudita, 4.3%), Coal India (3.9%), Chn Energy (Cina, 3.9%), National Iranian Oil Company (3.1%), Gazprom (2.8%) e le private Exxon, Chevron, Shell, ConocoPhilips, Bp (che insieme fanno il 5.5% del totale). Ma Exxon e Chevron sono anche tra i primi cinque responsabili delle emissioni immesse in atmosfera del 1854 a oggi (gli altri tre sono l’Urss, la Cina, Saudi Aramco). Anche perché la questione politica va a braccetto con quella giuridica: «La convenzione sul clima firmata nel ‘92 è un accordo in ambito Onu ma non ha un potere vincolante. L’Onu non ha un esercito e non fa pressioni economiche. Il potere di cui dispone è legato semplicemente a sanzioni che possono eventualmente mettere altri stati».
Edoardo Casati


