Cucina italiana patrimonio Unesco, parlano i protagonisti

La cucina italiana è patrimonio Unesco. È per il made in Italy e un’enorme soddisfazione, un riconoscimento che esalta e celebra il valore culturale del cibo italiano e, nello stesso tempo, offre anche l’occasione per interrogarsi su ciò che questo significa per i territori, per le tradizioni locali, per le comunità che di cucina vivono e lavorano ogni giorno. Per questo abbiamo voluto ascoltare i protagonisti tra i fornelli, chi pratica quotidianamente con competenza, passione e spirito critico questa attività.

I PROTAGONISTI «La notizia che la cucina italiana è diventata patrimonio Unesco mi ha provocato una gioia personale enorme — racconta la chef Rubina Rovini —. E mi sono detta: finalmente arriva questo riconoscimento. Non dimentichiamo le “guerre” con la Francia, ma vedere la nostra cucina svettare nell’Olimpo è un’emozione senza eguali. E lo è perché consente di esaltare il grande, potentissimo valore culturale del cibo, anche di quello lomellino, permettendoci di guardarlo con la lente d’ingrandimento giusta: quelle del nostro tempo».

Se non facciamo diventare nostro questo modo di pensare — prosegue Rovini — il valore culturale del cibo delle nostre zone resterà patrimonio di pochi. E no, non possiamo permetterci uno spreco di questa portata. Spesso, viaggiando per lavoro in tutta la penisola, mi accorgo che la cucina lomellina non è conosciuta come meriterebbe.

Rubina Rovini
Rubina Rovini

COSA FARE ALLORA? «Bisogna approfittare di questo momento di grande soddisfazione per trovare lo slancio necessario ad andare oltre — sottolinea la chef — Superare le chiusure, rimboccarsi le maniche, lavorare in un’ottica davvero comunitaria e collettiva. Basta campanilismi, basta l’idea che “io sono meglio di lui”. Questo è un momento importante anche per le aziende, perché si può lavorare sul concetto di “cucina italiana” — e quindi anche lomellina — come veicolo di saperi gastronomici, ma anche valoriali, emozionali, familiari». «Penso, ad esempio, alla cipolla di Breme; non tutti sanno che questo paese si trova nella Lomellina occidentale, non in Piemonte. È cultura del cibo: qualcosa che sembra marginale, ma che non è affatto irrilevante, anzi». E ancora: «Per fare propria questa mentalità occorre accogliere il principio che “più si è uniti, più si va lontano”. Si lavora meglio, con più forza, energia, creatività. Sono concetti che si legano all’etica, alla dignità personale e collettiva: una forza che, messa insieme, consente di avanzare senza barriere».

Antonio Danise
Uno dei piatti di chef Antonio Danise

PARLA IL RAPPRESENTANTE Sulla stessa linea Antonio Danise, chef della nazionale italiana cuochi e in forza alla Villa Necchi alla Portalupa: «Questo riconoscimento lo aspettavamo da anni, ed è finalmente arrivato. La cucina lomellina ha alle spalle una tradizione enorme, che si esprime non solo nelle ricette ma anche nei prodotti. Quello che manca è il lavoro di squadra. Occorre il coraggio di lasciare fuori i campanilismi, altrimenti anche il valore del cibo si disperde. È un rischio che non possiamo permetterci». E aggiunge: «Quando parlo di lavoro di squadra non penso a grandi operazioni, ma a cose semplici: è raro vedere due o tre ristoratori unirsi per creare un evento. Questa è la terra del riso: perché non ideare un Festival del riso? Perché non far crescere la sagra dell’oca oltre i suoi confini? Perché non valorizzare allo stesso modo anche i cibi “cult” vigevanesi?».

SERVE FARE SQUADRA In sintesi, si cresce solo se si ha il coraggio di lasciare andare schemi rassicuranti ma ripetitivi, che portano sempre allo stesso punto. È tempo di fare un salto. Se la cucina italiana è il racconto di tutti noi, questo racconto può e deve continuare.

Isabella Giardini

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