Negli ultimi anni l’educazione all’affettività è diventata uno dei temi più discussi nel dibattito sulla scuola italiana, terreno di confronto tra esigenze educative, sensibilità familiari e scelte politiche. Il recente fatto di cronaca avvenuto a La Spezia ha riacceso l’attenzione su un nodo che da tempo attraversa le aule scolastiche: come accompagnare bambini e adolescenti nella comprensione delle emozioni, delle relazioni e del rispetto reciproco, senza trasformare la scuola in un campo di scontro ideologico.
STRUMENTI PER CAPIRE Per Elena Gorini, referente Salute dell’ITS Casale, la questione è ormai ineludibile. «Viviamo in un contesto in cui i ragazzi sono esposti molto presto a modelli relazionali distorti, amplificati dai social e da un linguaggio spesso aggressivo», osserva. In questo scenario, spiega, «educare all’affettività significa fornire strumenti per interpretare le proprie emozioni, rispettare se stessi e gli altri, imparare a gestire i conflitti senza che degenerino». Fenomeni come la solitudine emotiva, l’incapacità di accettare frustrazioni e rifiuti o i conflitti tra pari che sfociano nella violenza sono, secondo Gorini, segnali evidenti di un disagio che richiede risposte preventive. Dal punto di vista di chi vive quotidianamente la scuola, la necessità di ripensare gli strumenti educativi è sempre più urgente. «I vecchi metodi, spesso basati sulla coercizione, si sono rivelati armi spuntate», sottolinea l’insegnante, che richiama il ruolo educativo dei docenti accanto a quello didattico. Centrale, in questo percorso, resta l’alleanza con le famiglie: «Messaggi contraddittori disorientano i ragazzi. È fondamentale una corresponsabilità educativa, così come l’affidamento a professionisti competenti per affrontare temi delicati». Il dibattito si è ulteriormente acceso con l’esame parlamentare del disegno di legge promosso dal ministro Valditara sull’educazione sessuo-affettiva. La previsione del consenso informato delle famiglie e la non obbligatorietà della frequenza hanno suscitato reazioni contrastanti. «In linea di principio il coinvolgimento delle famiglie è condivisibile», osserva Gorini, «ma il rischio è che procedure complesse e carenza di risorse finiscano per scoraggiare le scuole». Resta, a suo avviso, un punto fermo:
La sessualità non può più essere un tabù. Una maggiore consapevolezza migliora le relazioni e riduce i rischi.
ASPETTANDO LA LEGGE Un approccio che parte dai primi anni di vita è al centro anche della riflessione di Stefania Pigorini, dirigente dell’istituto Omodeo di Mortara. «Riconoscere, descrivere e gestire le emozioni è il presupposto per costruire relazioni affettive sane», afferma, ricordando come la scuola rappresenti il primo spazio di socializzazione al di fuori della famiglia. In attesa di conoscere l’esito definitivo dell’iter legislativo e delle eventuali linee guida nazionali, Pigorini invita alla prudenza: «Solo con i decreti attuativi sarà chiaro quali saranno i nuovi compiti delle scuole, che già oggi operano su questi temi nell’ambito dell’educazione civica». Al di là delle norme, la dirigente mette in guardia dal rischio di delegare alla scuola una responsabilità che deve restare condivisa. «L’educazione affettiva non può essere relegata al solo contesto scolastico», sostiene. «La responsabilità primaria resta in capo ai genitori, e l’esempio concreto degli adulti è decisivo». Da qui la proposta di rafforzare le reti territoriali e di promuovere percorsi integrati tra genitori e figli, oltre alla presenza strutturale di uno psicologo scolastico: «Uno spazio di ascolto stabile e gratuito sarebbe una risorsa per tutta la comunità educativa».
FUORI LUOGO Più critico sull’idea di un insegnamento strutturato dell’affettività è don Riccardo Campari, dirigente dell’istituto San Giuseppe. «L’educazione affettiva è già prevista nell’educazione civica», ricorda, sottolineando come l’approfondimento sia una scelta autonoma dei singoli istituti. «Pensare che la scuola debba trasmettere l’affettività come una conoscenza da studiare mi sembra fuori luogo», afferma. Diverso, invece, è il discorso se l’obiettivo diventa quello di «crescere insieme negli affetti e sperimentare relazioni buone», una dimensione che Campari riconduce all’educazione più che all’istruzione. Secondo il dirigente, «l’affetto si impara soprattutto in famiglia, con gli amici, nei contesti di vita quotidiana». La scuola può contribuire, ma solo se capace di educare davvero:
Una scuola che istruisce senza educare difficilmente può essere il luogo in cui si sperimentano valori come l’affettività in modo sano.
Per don Campari, l’educazione resta «una questione di cuore, che non si studia ma si vive». Tra aperture e resistenze, il confronto sull’affettività a scuola continua a muoversi lungo una linea sottile. In gioco non c’è solo l’introduzione di nuove ore o discipline, ma il ruolo stesso della scuola come comunità educativa, chiamata a dialogare con le famiglie e con la società su uno dei terreni più delicati della formazione delle nuove generazioni.
Isabella Giardini, Massimo Sala


