La riforma dei medici di famiglia cambia volto. Quello che fino a poche settimane fa veniva presentato come un intervento destinato a ridisegnare la medicina territoriale italiana si è progressivamente ridimensionato, dopo le forti resistenze dei sindacati e lo stop da Palazzo Chigi.
PASSATO L’ipotesi iniziale prevedeva il coinvolgimento stabile dei medici di medicina generale nelle Case di comunità, le nuove strutture finanziate dal Pnrr destinate a diventare il punto di riferimento dell’assistenza sul territorio. E tra le novità più discusse figurava anche la possibilità di trasformare una parte dei medici di famiglia da liberi professionisti convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale a dipendenti pubblici. Una prospettiva che ha provocato un duro scontro con le organizzazioni sindacali di categoria, contrarie a modificare l’attuale assetto professionale.
PRESENTE Ora il confronto si concentra su una soluzione molto più limitata. L’intesa prevede che i medici possano svolgere attività nelle Case di comunità fino a un massimo di sei ore settimanali per 48 settimane all’anno. Non si tratta quindi dell’obbligo minimo di sei ore di cui si era parlato nelle scorse settimane: il numero effettivo di ore sarà definito attraverso accordi con le singole aziende sanitarie e potrebbe risultare anche inferiore. L’obiettivo indicato dalle Regioni è garantire la presenza di almeno un medico in ogni Casa di comunità hub, le strutture principali della rete territoriale, circa 400 in tutta Italia. L’intesa dovrà ora essere recepita nel nuovo accordo nazionale, che le Regioni puntano a chiudere entro il 30 giugno per rispettare le scadenze fissate dal Pnrr. Restano invece sullo sfondo altri punti qualificanti della riforma, come la revisione del percorso formativo dei medici di medicina generale e il cambiamento del sistema di remunerazione, temi che potrebbero essere affrontati in futuro attraverso un provvedimento dedicato.
MALUMORI Tutta una serie di cambiamenti che hanno provocato malumori anche tra gli amministratori regionali. In particolare l’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso, tra i principali sostenitori della riforma, avrebbe manifestato forte delusione per il ridimensionamento del progetto, arrivando a lasciare il ruolo di vice coordinatore della Commissione Salute delle Regioni. Una questione che assume un peso ancora maggiore alla luce delle scadenze del Pnrr. Entro la fine di giugno devono infatti risultare operative almeno 1.038 Case di comunità. Tuttavia i dati disponibili mostrano un quadro ancora incompleto. Secondo le rilevazioni della Fondazione Gimbe, al 31 dicembre 2025 soltanto 781 delle 1.715 strutture programmate avevano attivato almeno un servizio e appena 66 risultavano pienamente funzionanti con personale presente e attività complete. Anche Cittadinanzattiva lancia l’allarme. «Molte Case di comunità non sono ancora percepite dai cittadini come un punto di riferimento per l’assistenza sanitaria». L’intesa consente quindi alle Regioni di avvicinarsi agli obiettivi fissati dal Pnrr, ma certifica anche il ridimensionamento della riforma. Delle ambizioni iniziali restano soprattutto misure organizzative e una presenza minima dei medici nelle Case di comunità, ben lontane dal progetto di trasformazione della medicina territoriale immaginato nei mesi scorsi.
Rossana Zorzato



