Dopo la stretta sull’uso dei cellulari in classe, il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rilancia la sua strategia per contrastare la deriva del linguaggio e dei comportamenti online. Il nuovo tassello del piano ministeriale punta direttamente al corpo docente: a partire da settembre, in collaborazione con Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa), prenderanno il via appositi corsi di formazione dedicati all’uso consapevole dei social media. L’obiettivo dichiarato è duplice: preparare i professori a guidare gli studenti nell’universo digitale ed esigere dagli stessi insegnanti un comportamento esemplare sulle piattaforme online. La misura ha però sollevato reazioni contrastanti tra i dirigenti scolastici e gli stessi docenti, divisi tra chi la considera una risorsa e chi ne critica l’impostazione.
LA LINEA VALDITARA A monte del progetto, secondo il titolare del Viale Trastevere, c’è la necessità di arginare l’inciviltà e l’ostilità diffuse nella rete: «L’educazione al rispetto a cui noi pensiamo è fondamentale – sottolinea – Oggi sui social dilaga un linguaggio violento, volgare, litigioso. Trionfa la maleducazione. Il nostro intento è contribuire a costruire una società che faccia del rispetto, della gentilezza e dell’educazione la sua cifra. A questo scopo è anche importante l’esempio dei docenti, nell’uso dei social.
È importante la consapevolezza della propria autorevolezza e della dignità del ruolo educativo che richiede di rifuggire sempre da un linguaggio offensivo, violento o volgare.
I DIRIGENTI Tra i presidi, il dibattito si concentra soprattutto sulle modalità di erogazione e sull’efficacia reale di percorsi formativi su base volontaria. Stefania Pigorini, dirigente scolastica dell’I.I.S. “Omodeo” di Mortara, riconosce la qualità del lavoro dell’istituto di ricerca ma solleva dubbi sul reale impatto della misura: «Sono molte le proposte formative su questi temi già presenti, Indire garantisce qualità e diffusione su scala nazionale, ma fino a quando l’adesione resta su base volontaria, l’impatto e la ricaduta sulla didattica e sulla quotidianità potrebbe essere nullo o quasi. Se l’obiettivo è fornire strumenti e approcci nuovi, offrire corsi può non essere sufficiente. La formazione dovrebbe essere obbligatoria o, per lo meno, uno degli elementi qualificanti per una progressione di carriera o valorizzazione economica».
Di diverso respiro, ma ugualmente analitico, è il contributo di Massimo Camola, dirigente dell’I.C. “Valletta Fogliano”, che pone l’accento sulla dimensione etica del ruolo del docente di fronte alla pervasività delle tecnologie: «Il ruolo dei docenti nell’era della comunicazione digitale non può più essere limitato alla semplice trasmissione di saperi disciplinari; esso si è evoluto in una missione di guida etica e sentinella critica all’interno di un ecosistema mediatico spesso tossico. Il docente deve porsi come un modello di consapevolezza, poiché la sua autorevolezza e la dignità del ruolo educativo richiedono di rifuggire da linguaggi offensivi o volgari sui social, offrendo un esempio concreto di rispetto e gentilezza. Sottovalutare i rischi legati all’uso dei social media e degli smartphone significa oggi abdicare a una funzione educativa fondamentale. In questo scenario, il docente deve essere formato non solo per integrare i social nella didattica, ma soprattutto per promuovere un’educazione civica digitale che renda gli studenti capaci di navigare in sicurezza, prevenendo derive drammatiche quali il cyberbullismo». La formazione, dunque, non è un accessorio, secondo Camola, ma una necessità strutturale. «L’intervento – aggiunge il dirigente – deve però muoversi nel solco di precisi vincoli normativi salvaguardando, tuttavia, l’autonomia scolastica. «Il rischio delle recenti linee guida è che il divario tra la realtà scolastica e quella vissuta dai ragazzi sui social diventi incolmabile, lasciandoli soli davanti a pericoli che non sanno ancora decodificare».
DOCENTI SCETTICI Per Isabella Tacchini, professoressa di Greco, Latino e Italiano al Liceo “Cairoli”, la proposta appare persino sfasata nel suo bersaglio: «Ritengo che pensare di organizzare dei corsi sull’uso dei social per gli insegnanti sia offensivo per la categoria dei docenti. Semmai rifletterei sul rapporto dei ragazzi con i social: poiché non solo non hanno consapevolezza della potenza dei medesimi ma ignorano cosa può accadere, anche tra qualche anno, se postano messaggi di un certo tipo». Sulla stessa linea d’onda si pone, anche se in termini diversi Arianna Spissu, docente di Italiano, Storia e Geografia all’Ic di viale Libertà, che sottolinea come la scuola disponga già di strumenti validi e contesta la logica dei continui divieti: «Sul tema del linguaggio e dei comportamenti sui social, l’obiettivo di promuovere il rispetto è certamente condivisibile. Esistono però strumenti come il Manifesto della comunicazione non ostile, adottato da moltissimi istituti, che offrono percorsi concreti per educare a un confronto civile e rispettoso. Fa sorridere che una parte politica liquidi spesso questi temi come ‘woke’ o ideologici quando si parla di linguaggio inclusivo e non ostile, salvo poi riscoprirne improvvisamente l’importanza quando si tratta di imporre nuovi obblighi. La scuola avrebbe forse più bisogno di fiducia nell’autonomia didattica dei docenti e di investimenti nell’educazione digitale e civica e non dell’ennesimo elenco di divieti».
Isabella Giardini Massimo Sala



