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Tra le villette alla periferia da Vigevano, un tempo ci si dava battaglia tra fango e tacchetti. «Mi ricordo un gol che avevo fatto con un tiraccio e una papera incredibile del portiere – ricorda Federico, ex terzino che da anni ha appeso le scarpette al chiodo – ero un bambino e sono andato a esultare dando il cinque a mister e compagni: l’allenatore ci aveva detto che i gol andavano festeggiati anche con chi era in panchina».
CAMPI FANTASMA Il Cagnola è uno dei tanti campi da calcio scomparsi di Vigevano: una geografia fatta di ricordi, esperienze, vissuti, uno spazio che esiste solo nella mente e che alla lunga rischia di diventare prevalente a quello fisico. In terra ducale, i campi utilizzati nell’ultima stagione sono stati i sintetici dell’Antona e del Masera e il Buscaglia, in zona Brughiera. Lo stadio dovrebbe riaprire a breve, ma sono tanti altri gli spazi andati perduti. In via Gambolina c’è una conca nel terreno circondata da una recinzione in ferro. Qualcuno ricorda ancora il suo antico nome, i Rionali, ma per la maggioranza dei vigevanesi quella è, prosaicamente, la Buca. Ora lì c’è un centro cinofilo, ma fino a una decina di anni fa su quel prato correvano decine di atleti ogni fine settimana. Per Lorenzo, portiere nella categorie amatoriali, quella alla Buca è stata la prima esperienza nel calcio a 11: «Ricordo gli allenamenti la sera, per me era la prima volta. Per spegnere le luci dovevamo andare nella cascina vicina, e quando pioveva la risaia di fianco strabordava e si allagava anche il campo». Nella parte opposta della città, dagli anni ‘90, nessuno usa più il campo dei Piccolini, che per anni fu casa della gloriosa Piccolinese e punto di ritrovo per gli abitanti:
Negli anni ‘70 organizzammo un quadrangolare tra juventini, milanisti, interisti e “resto del mondo”, che erano i ragazzi della parrocchia – ricorda Fabrizio – ed era tutta gente del paese.
L’ODISSEA In Italia, secondo il ReportCalcio realizzato dalla Figc, nel 2021 c’erano un campo da calcio ogni 2458 persone, una cifra inferiore a quella di Germania, uno ogni 1850, e Francia, uno ogni 2090 (dati Open Street Map). In Lomellina, considerando gli impianti effettivamente utilizzati nell’ultima stagione (34), siamo a circa uno ogni 5830. A guardarlo da fuori, a stagione terminata, il terreno di gioco dello stadio di Mortara appare particolarmente vissuto. Non potrebbe essere altrimenti: il Comunale è l’unico impianto funzionante in città per quanto riguarda il calcio e lì devono disputare allenamenti e partite sia le giovanili sia la prima squadra della Pro Mortara, società che milita nel campionato di Prima Categoria. Le alternative sono poche e a oggi inutilizzabili: ci sarebbe il Frigato, dietro al cimitero, chiuso da anni per problemi di agibilità. Negli ultimi anni le vicissitudini attorno quel campo hanno costretto Micheleria, compagine iscritta al campionato Csi, a peregrinare per l’hinterland mortarese alla ricerca di un terreno di gioco: dalla frazione Medaglia i biancorossi si sono spostati a Olevano; quando il campo del comune lomellino è stato concesso a una società di spartan race si sono poi mossi in direzione Parona e infine a San Giorgio, dove hanno trovato casa e pubblico dopo due anni in cui l’impianto era fermo e inutilizzato. Perché a volte c’è anche il problema opposto: non squadre senza campo, ma campi senza squadre, e trovare un match non è sempre facile.

LEGAMI La Lomellina è disseminata di prati incolti, chiusi da grandi cancelli: solo i pali arrugginiti delle porte, e talvolta qualche tribuna, consentono di identificarli come campi da calcio. Ai tempi in cui ogni paese aveva la sua squadra, questi erano luoghi di ritrovo per la comunità, dove si formavano storie, aneddoti, memorie condivise. A Zeme, dove ci si cambiava nel retro di un bar, si tramandava la memoria delle prime maglie giallorosse della Virtus, regalo nientepopodimeno che della As Roma. Cosa fare di quei luoghi, spazi in attesa di essere riempiti di persone, è il quesito che si pongono tante amministrazioni. Spesso, per renderli profittevoli, finiscono per essere dati in concessione a privati e trasformati in altro, spesso in campi da calcetto e da padel. Attività sportive rispettabili, ma non è il punto: in un mondo del pallone sempre più brandizzato ed esposto, forse per far nuovamente divampare la passione non servono più partite, ma più legami a cui appassionarsi. Quelli sepolti in un vecchio magazzino, sotto un set di maglie sdrucite e coppe d’ottone, o esposti in foto sbiadite dietro i banconi di un bar. Oppure, quelli ancora da tessere usando il campo come telaio.
Alessio Facciolo

