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«I dazi americani non sono una questione astratta di geopolitica, ma una variabile concreta che incide sulla quotidianità delle nostre imprese. Colpiscono filiere strategiche, aumentano l’incertezza e costringono i territori produttivi a ripensare rapidamente equilibri già fragili». Luigi Grechi, presidente di Confartigianato Lomellina, lo dice con chiarezza: non si tratta solo di esportazioni a rischio, ma di una trasformazione strutturale che può mettere in crisi segmenti interi dell’economia reale. La Lomellina, con il suo tessuto manifatturiero fatto di piccole e medie imprese, molte delle quali operano nel settore calzaturiero e meccano-calzaturiero, è tra le aree che più avvertono la pressione.
EFFETTO DOMINO Grechi parla di un “effetto domino” che rischia di partire dall’internazionalizzazione per arrivare agli investimenti, all’occupazione e infine alla tenuta dei territori. «I segnali sono già evidenti: fornitori in difficoltà, clienti che chiedono rinegoziazioni, ordini che rallentano. Non siamo all’isteria, ma sarebbe un errore aspettare che le tensioni si esauriscano da sole».
MONITORAGGIO COSTANTE Per questo Confartigianato Lomellina ha attivato strumenti di monitoraggio e supporto mirati, anche attraverso Artser, la società benefit nata per offrire alle imprese servizi evoluti su internazionalizzazione, patrimonializzazione, equilibrio dei bilanci, digitalizzazione e pianificazione degli investimenti. «Non promettiamo ricette miracolose – spiega Grechi – ma mettiamo a disposizione competenze, analisi e percorsi personalizzati per rafforzare la capacità decisionale degli imprenditori. Il nostro lavoro è affiancarli nella gestione della complessità».
RISCHIO PARALISI Nell’area, le aziende più esposte sono quelle che si muovono lungo catene del valore che attraversano più paesi. Il rischio non è solo la perdita di competitività, ma la paralisi degli investimenti. La risposta, secondo Confartigianato, non può essere lasciata alla buona volontà dei singoli.
La politica industriale deve tornare a essere una priorità nazionale. Il governo non può limitarsi a sostenere che “monitorerà gli effetti”. Serve una posizione chiara, strumenti rapidi di supporto finanziario e un’interlocuzione diretta con le filiere.
Anche l’Ue è chiamata a uscire da una logica difensiva. Secondo Grechi, «non possiamo continuare a rincorrere le crisi con misure tampone. L’Europa ha bisogno di una strategia industriale coerente, che includa la dimensione delle piccole imprese e dei territori produttivi minori, non solo le grandi concentrazioni urbane o i settori ad alta intensità tecnologica. Le imprese non chiedono protezioni ideologiche, ma di non essere lasciate sole in una fase che impone scelte difficili. Il nostro compito è stare accanto a chi vuole capire come cambiare, prima di essere costretto a farlo».
Massimo Sala

