In questo contesto si collocano le parole diverse di Leone XIV e Mattarella. «“La pace sia con te!”. Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. “Pace a voi” (Gv 20,19.21) […]». Così esordisce il Messaggio del pontefice, che si articola in tre paragrafi, uno dedicato a “La pace di Cristo risorto”, il secondo a “Una pace disarmata”, il terzo a “Una pace disarmante”. La pace di Cristo «ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”», una prospettiva da ricordare ai non pochi che oggi chiamano «realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato». Citando sant’Agostino, l’agostiniano Prevost spiega che
se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi.
DISARMATA Si tratta del primo passo verso una pace “disarmata”, che spiazza anche gli apostoli: «I Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta». Gesù intima a Pietro «rimetti la spada nel fodero», la sua pace «è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali». E lo fu perché «la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica […] molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria».

DISARMANTE Che Leone XIV collega alla guerra fredda e al tempo di Giovanni XXIII (mediatore durante la crisi di Cuba), il quale scriveva: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione […] sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti […] la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia» (Pacem in terris). È lo stesso atteggiamento che, secondo papa Prevost, serve oggi: «La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino […] La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi». Ripercorrendo alcuni passaggi di “Fratelli tutti” di Francesco, «se “il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori”, a una simile strategia
va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala.
MODO DI PENSARE Qual è il ruolo dell’Italia in tutto questo? Per il presidente Mattarella, che si concentra soprattutto su Ucraina e Gaza e prende le mosse dalla riflessione leonina, citando la «necessità di disarmare le parole», «se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi». Un riferimento alla dialettica politica basata sull’incomunicabilità – in Italia come sulla scena internazionale – per sottolineare che «la pace, in realtà, è un modo di pensare». Quanti credono in questo modo di pensare? Per Mattarella «dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno. L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica».
80 ANNI Una volontà ancora più importante per un’Italia che festeggia nel 2026 gli ottant’anni del suo ordinamento. Tra monarchia e dittatura, l’assetto repubblicano è stato il più longevo nonché «uno spartiacque nella nostra storia. Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità». Il presidente nel suo Discorso ha sfogliato «un album immaginario» di famiglia: «il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne» col voto alle amministrative e al referendum del 1946, il secondo «l’Assemblea costituente», esempio di cosa la politica può essere, la capacità di «trovare una sintesi di alto valore mentre la dialettica politica si sviluppava tra convergenze e contrasti, anche molto forti. Di mattina i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale». Il terzo la «firma dei Trattati di Roma, nel 1957», pietra miliare nel cammino verso l’Ue e memento della collocazione italiana nel mondo; «l’Ue e l’Alleanza Atlantica hanno coerentemente rappresentato – e costituiscono – le coordinate della nostra azione internazionale».
IERI… Quindi le riforme, da quella agraria al piano casa «il cui ricordo richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città», lo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, il contributo della cultura, del cibo, dello sport (dalle olimpiadi di Roma ’60 a Milano-Cortina). Ci sono anche scatti più pesanti, come quelli legati alle stragi di mafia e di terrorismo, tuttavia secondo il presidente Mattarella «l’Italia prevale, le istituzioni si dimostrano più forti del terrore». Pur non ignorando «lacune e contraddizioni»,
la nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi.
…OGGI Nondimeno una forza messa alla prova sul fronte interno ed esterno. Mattarella cita «diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali», l’Istat per tutte queste offre ampia documentazione. Sono «crepe che rischiano di compromettere proprio quella coesione sociale». Moniti per la classe dirigente e i cittadini di oggi. Si apre il penultimo anno del secondo settennato di Mattarella, nel 2027 si terranno le elezioni politiche, a gennaio 2029 dovrà essere eletto il nuovo presidente. Nei prossimi dodici mesi l’Italia definirà una parte importante di cosa vorrà essere nel ventennio che la porterà a essere centenaria come Repubblica e nel trentennio che la porterà a essere bicentenaria come stato. I primi nodi da sciogliere saranno il referendum della giustizia, la fine del Pnrr, il ruolo del Paese nello scenario internazionale.
Referendum: separazione delle carriere e modifica Csm

(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?».
Entro marzo 2026 i cittadini italiani dovrebbero esprimersi sulla riforma della giustizia approvata dal Parlamento in ottobre attraverso un referendum confermativo, senza quorum, pertanto il voto sarà valido a prescindere dal numero di persone che voteranno. Il Governo è intenzionato a fissare come data il 22 e 23 marzo (secondo i termini di legge), ma i comitati che stanno raccogliendo le firme per un referendum d’iniziativa popolare chiedono 90 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e annunciano ricorso.
Ma in cosa consiste la “riforma della giustizia”? Gli aspetti principali sono la separazione delle carriere dei magistrati e la modifica del Consiglio superiore della magistratura. Per quanto riguarda la separazione, oggi è possibile passare dal ruolo di magistrato inquirente (che conduce le indagini) a giudicante (che emette le sentenze), una scelta che in media compiono ogni anno una ventina di magistrati su 10mila totali. I sostenitori della separazione ritengono che in questo modo si eliminerebbe la “contiguità” tra chi accusa e chi giudica, i detrattori obiettano che oggi il magistrato inquirente è tenuto a cercare anche le prove dell’innocenza e non solo quelle della colpevolezza degli indagati, nonché che la riforma non chiarisce se gli inquirenti saranno tenuti sotto il ministero della Giustizia (preservando l’indipendenza del potere giudiziario) o passeranno a quello dell’Interno (sottoposti all’esecutivo). Per il nuovo Csm invece si prevedono lo sdoppiamento (uno per ciascun ramo della magistratura) e l’elezione per sorteggio dei membri “togati”; accanto si porrebbe un’Alta corte disciplinare chiamata a giudicare l’operato dei magistrati. Gds
Giuseppe Del Signore



