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«Ma il Sistema sanitario nazionale è stato progettato per una società che non esiste più: le rivoluzioni demografiche, sociali e tecnologiche intervenute negli ultimi 30 anni hanno radicalmente cambiato bisogni, aspettative e comportamenti». Per questo c’è «l’urgenza di intervenire proviene dalla constatazione di una deriva del Ssn, che potrebbe portare al suo collasso in tempi non lunghissimi: si tratta di un rischio sociale a fronte del quale appare urgente assumere un impegno collettivo per cercare di trasformare le analisi in proposte e azioni di riforma». Il 19esimo Rapporto sanità del Crea (Centro per la ricerca economica applicata) mette a fuoco le criticità di un Ssn che non riesce a stare al passo coi tempi pur a fronte di alcuni punti di forza. Carenza di personale, tempi d’attesa che si allungano, aumento della spesa di individui e famiglie in ambito sanitario, allargamento della fascia di popolazione esposta a “catastroficità”, digitale e telemedicina che stentano, governance inefficaci, la difficoltà di tenere il passo con le risorse messe in campo dagli altri paesi di area Ue/Ocse sono i sintomi su cui è urgente intervenire, esacerbati dalla pandemia di Covid-19, ma già tutti presenti anche prima.
AZIONI Il rapporto – realizzato da un board che coinvolge 45 specialisti di diversi ambiti coordinati dai docenti dell’università di Roma Tor Vergata Barbara Polistena, Federico Spandonaro e Daniela D’Angela – li analizza tutti, ma coglie anche quelle che sono le “opportunità” ovvero «le azioni che è urgente programmare». Dieci proposte specifiche tra cui ideare una «reingegnerizzazione dei servizi, anche sfruttando le nuove opportunità date dalle tecnologie “digitali”» in modo da riconciliare «le aspettative dei cittadini con le capacità di risposta dei servizi». Secondo punto potenziare i «processi di comunicazione e collaborazione all’interno del Ssn», non semplicemente aumentando l’offerta o spostando risorse dall’ospedale al territorio, ma tutelando la salute «erogando meno prestazioni» perché «per una vera razionalizzazione del sistema andrebbe potenziata la prevenzione» e, quando non si può, «evitare le duplicazioni inutili di prestazioni». Del resto l’indagine sottolinea che i problemi non sono attribuibili solo allo Stato e alle amministrazioni sanitarie, ma anche ai cittadini ai quali è richiesta «una rivoluzione culturale ovvero che si generi una convinta adesione della popolazione sull’opportunità di adottare stili di vita “salutari”». Terzo punto dare risposta ai “futuri cronici”,
iniziando a ripensare le modalità della medicina di iniziativa, adattandola ai bisogni e ai comportamenti dei “millenials”: una popolazione nativa digitale, che comunica quasi esclusivamente attraverso gli strumenti digitali.
RIBILANCIARE Quarto punto l’equità del sistema a partire di una vera integrazione tra pubblico e privato che prescinda da pregiudizi sul secondo come «non etico» ed eviti che il primo produca distorsioni di mercato che premiano l’inefficienza o introduca barriere all’ingresso. Quinto punto eliminare la «forzata distinzione fra “prestazioni integrative” e “sostitutive”» laddove le prime «per essere tali si vorrebbero escluse dai Livelli essenziali di assistenza (Lea)». Sesto punto riordinare il rapporto sanità-fisco efficiente, settimo «rivedere i criteri di Riparto» che sono congelati da anni e producono distorsioni nei Ssr, ottavo riformare «le regole che caratterizzano l’operatività dell’aziende pubbliche» per «contenere i rischi di “amministrazione difensiva”» e «evitare di trovarsi nell’impossibilità di poter reclutare il personale», nono incrementare le risorse umane sia in termini di numeri sia in termini di approccio (ad esempio superando il rapporto infermieri per medico, ormai «incompatibile con l’autonomia professionale» dei primi), decimo una «adozione delle tecnologie basata su decisioni trasparenti e razionali».
PERSONALE A rivestire un ruolo centrale sembra essere la carenza di medici, infermieri e assistenti alle cure, anche perché la loro disaffezione rende evidente «la deflagrazione della “malattia” del Ssn», visto che «per la prima volta non appare più generalizzato il desiderio dei professionisti di essere parte organica del Ssn». Si preferisce andare all’estero o lavorare “a gettone”, anche perché se i medici (oltre il 40% insoddisfatto del proprio lavoro) percepiscono il 79% e il 40% in meno dei colleghi tedeschi e britannici, ma hanno un salario pari a 2.9 quello medio nazionale, gli infermieri prendono il 56% e il 20% in meno e non si discostano dalla media. E infatti ai test d’ingresso si presentano in poco più dei posti disponibili. E quanti ne mancano all’appello? Considerando tutta la popolazione, l’Italia dal 2003 al 2021 è passata da 3.64 dottori e 5.25 infermieri ogni mille abitanti a 4.11 (+13%) e 6.22 (+18.5%) e quindi c’è stato un aumento, ma se si guarda alla fascia over75 – quella che più necessità di assistenza sanitaria – si rileva un netto calo, da 42.3 a 34.6 medici e da 61.0 a 52.3 infermieri per mille abitanti. Per questo il Rapporto stima che servano 43mila camici bianchi e 39mila infermieri in più rispetto a quelli che saranno formati per colmare il gap col 2003.

RISORSE Che sarà difficile avere perché secondo il rapporto Crea l’Italia, pur non sottofinanziando la sanità rispetto alle «possibilità del Paese», non riesce a tenere il passo degli omologhi europei, a causa soprattutto della «stagnazione del nostro Pil»: «L’esito di questa prolungata minore crescita è stato quello di portare la differenza di spesa totale pro-capite per la sanità, fra l’Italia e gli altri Paesi Eu-ante 1995, dal -21.1% al -39.2% con aumento del gap di 18.1 punti». Per recuperare circa cinque punti servirebbero 15 miliardi di euro aggiuntivi, anche se resterebbe comunque un divario significativo e, in assenza di crescita, nel medio termine le differenze riprenderebbero ad acuirsi. Per questo gli italiani dovranno sempre più spendere anche parte del proprio reddito: nel 2022 la spesa sanitaria privata è stata di 40.1 miliardi di euro (+0.6% sulla media dell’ultimo quinquennio, +5% rispetto all’anno precedente), situazione che riguarda il 75.9% delle famiglie italiane (+1.7% sul 2021), con prevalenza di chi ha maggiori risorse economiche (l’80% dei nuclei familiari “abbienti” contro meno del 60% degli atri gruppi) e una crescente esclusione di quelle povere, visto che il 6.1% nel 2021 ha rinunciato a curarsi (il 5.9% nel nord-ovest) e aumenta il numero di quelle esposte a “spese catastrofiche” ovvero che superano il 40% della capacità di pagare.
LOMBARDIA A fronte del quadro nazionale, l’indagine Crea analizza anche i Ssr. Quello lombardo supera del 58% la performance nazionale per “Tasso di assistiti in Rsa”, del 50% l’indicatore di “Eccesso ponderale nei bambini di 8-9 anni” (ovvero sono più magri rispetto al resto d’Italia), del 32.4% la “Quota di famiglie soggette a spese catastrofiche” (ce ne sono di meno), del 18.9% la “Quota famiglie con disagio economico per spese sanitari” (idem), ma ha un risultato al di sotto della media per “Coperture vaccinali contro l’influenza dell’anziano 65+” (-2.5%), e nella “Spesa privata pro-capite” (-27.7%), cioè in Lombardia – anche in virtù di strutture private d’eccellenza e di un reddito medio più alto – si preferisce pagare di tasca propria per evitare le interminabili liste d’attesa che s’incontrano nel pubblico (L’Araldo se ne è occupato in autunno). E’ in linea con la media per “Spesa farmaceutica pubblica pro-capite” (+6.5%), “Tasso di ospedalizzazione std acuti ordinari” (+4.2%), “Indice di dipendenza anziani” (+2.9%), “Quota 65+ che ha fatto ricorso ad assistenza domiciliare” (+2.4%), “Finanziamento effettivo pro-capite standardizzato” (+1.7%), “Tasso di natalità” (+1.5%).
Giuseppe Del Signore

