La partecipazione come termometro della democrazia. I vescovi lombardi lo hanno ricordato nell’appello “Per il bene comune” diffuso lo scorso 15 marzo e in questa direzione la diocesi di Bergamo ha prodotto un documento in vista delle elezioni europee e amministrative del prossimo 8 e 9 giugno, un testo che da un lato vuole sottolineare l’importanza di essere parte attiva del processo democratico e dall’altro evidenzia i temi chiave su cui il cattolicesimo italiano intende intervenire nel dibattito pubblico sul futuro assetto dell’Unione europea e a cui L’Araldo dedicherà gli approfondimenti da qui all’8 giugno. Sono quattro le aree tematiche su cui la proposta si concentra, chiamate “Terre esistenziali”: vita, socialità e mondialità; famiglie ed educazione; prossimità e cura; cultura e comunicazione.

RESPONSABILI A fare da cornice e da premessa il tema dell’esercizio dei diritti politici, a partire dall’elettorato attivo ovvero il voto, momento fondativo dello stato di diritto: «L’assunzione di responsabilità da parte dei cristiani e delle persone serie, capaci, oneste in politica – hanno scritto i vescovi lombardi in marzo – è particolarmente urgente in questo tempo.

L’interessamento e l’impegno diretto in politica è una doverosa espressione della cura per il bene comune.

L’indifferenza che induce all’astensionismo, il giudizio sommario che scredita uomini e donne impegnati in politica sono atteggiamenti che devono essere estranei alla comunità cristiana». Un atteggiamento “responsabile” per fronteggiare l’illusione dell’antipolitica, cioè che della politica si possa fare a meno senza al contempo rinunciare alla democrazia. «Partecipazione e democrazia vanno di pari passo – si legge nelle “Riflessioni” elaborate dalla diocesi di Bergamo – e non solo perché l’una rivela la salute dell’altra, ma anche perché sentiamo il pericolo che anche il momento elettorale, strumento privilegiato di esercizio democratico, sia ampiamente disertato come è stato peraltro negli ultimi anni».

DEFLUSSO L’andamento dell’affluenza è rivelatore, soprattutto per le europee, storicamente l’appuntamento elettorale meno frequentato in Italia. Nel 2019 si fermò al 56.1% a livello nazionale, anche se in Lombardia (64.1%) e in provincia di Pavia (64.4%) fu più alta, a Vigevano si attestò al di sotto della media nazionale (55.5%), così come a Mortara (54.8%), Gambolò (54.8%), scendendo sotto la soglia psicologica della metà a Mede (49.3%), con una parziale inversione di tendenza a Garlasco (56.2%), Cassolnovo (63.8%), Cava Manara (70.7%), con gli ultimi due municipi spinti dal concomitante voto per le amministrative, circostanza che si ripeterà anche nel 2024. La scarsa affluenza non è un dato solo italiano: la Germania (61.4% nel 2019) e la Spagna (60.7%, ma 43.7% nel 2014) hanno una situazione simile, la Francia (50.1%) peggiore seppure in risalita. In precedenza, nel 2014, la media nazionale era stata 58.7%, la regionale 66.4%, la provinciale 67.4%, a Vigevano si era al 57.5%, a Mortara al 58.3%. Del resto è dal 1989 che non si raggiungono i quattro quinti dell’elettorato. E nel 2024? Secondo un sondaggio di Eurobarometro di aprile il 71% dei cittadini europei intende andare a votare, una percentuale analoga a quella della sola Italia (70%), dove il 45% esprime un’opinione positiva sull’Europarlamento, il 40% neutrale e il 14% negativa. Se le intenzioni dovessero concretizzarsi si andrebbe nella direzione auspicata dalle “Riflessioni”:

Non può esistere una democrazia che non abbia in sé la costante tensione vitale a “fare la propria parte”.

TEMI Partecipare per agire su quali ambiti? Al centro il documento pone ambiente, migrazioni, pace, famiglie, abitare, giovani, povertà, cultura e comunicazione. Uno sguardo a 360° che intercetta le istanze degli europei: per Eurobarometro il 33% ritiene prioritaria la lotta a povertà ed esclusione sociale, il 32% la salute pubblica, il 31% sostegno all’economia e creazione di lavoro, il 31% difesa e sicurezza in Ue, il 27% il cambiamento climatico, il 26% il futuro dell’Ue, il 24% migrazioni e diritto d’asilo, il 23% democrazia e stato di diritto, il 23% l’agricoltura. Anche Ipsos ha condotta un’indagine in marzo per Euronews, con risultati simili e un primato assegnato all’inflazione; lo stesso report ha mostrato come per gli under30 le gerarchie siano leggermente diverse: in cima ci sono clima (53%), uguaglianza e sicurezza.

Giuseppe Del Signore

1Migranti: «In Europa solo l’1.5%: non è invasione»

«Nel mondo i migranti internazionali sono 300 milioni. Aggiungendo i 62.5 milioni di sfollati interni il fenomeno delle migrazioni interessa il 3.3% della popolazione mondiale. In Europa la popolazione migrante si aggira attorno all’1.5% ben al di sotto di altri continenti. Non è dunque il caso di parlare di invasione».

Parte da una considerazione numerica – statisticamente gli odierni fenomeni migratori interessano soprattutto le stesse Africa e Asia da cui provengono e in cui si fermano la maggior parte dei migranti – la “Riflessione” della diocesi di Bergamo sulla politica migratoria comunitaria. Una politica che si propone di cambiare in maniera radicale, visto che si chiede l’apertura di canali d’ingresso sicuri in Ue, l’individuazione di un sistema unico d’accoglienza e integrazione (con annesso superamento di Centri di accoglienza straordinaria), l’eliminazione dei Cpr (i Centri di detenzione dove sono reclusi i cittadini stranieri senza documento, che sono privati della libertà non per aver commesso un reato, ma per un’infrazione di natura amministrativa), di garantire il pieno accesso alle procedure di protezione internazionale, di riformare la normativa vigente sugli ingressi per lavoro e studio, la cooperazione fra Paesi membri e la gestione delle frontiere interne ed esterne alla luce del diritto, il rifiuto dell’esternalizzazione delle frontiere in collaborazione con Paesi terzi (qui il riferimento è all’accordo Italia-Albania che prevede l’apertura di Cpr italiani in territorio albanese, he è extra-Ue), il riconoscimento a livello europeo di competenze e titoli di studio.

2Giovani: Il 67% degli under30 italiani vuole votare

Saranno i giovani a spingere la partecipazione alle europee? A giudicare dalle intenzioni parrebbe di sì: Eurobarometro ha pubblicato negli scorsi giorni una rilevazione secondo cui il 67% degli under30 italiani pensa di andare a votare, contro un 11% che ha già deciso che non andrà e un 9% di indecisi (un altro 9% non può ancora farlo). Alle consultazioni comunitarie del 2019 nella penisola votò il 56.1% degli aventi diritto, mentre in tutta l’Ue la media degli elettori che si presentò ai seggi aumentò rispetto al 2014, una crescita determinata proprio dal maggior coinvolgimento dei giovani (+14% tra gli under25); quest’anno la spinta potrebbe essere maggiore perché nel frattempo Belgio, Germania e Grecia hanno seguito l’esempio di Malta e Austria abbassando l’età a partire dalla quale si può votare a 16 o 17 anni.

In Italia si è provato a introdurre il tema, ma la discussione non ha trovato grande accoglienza né nel mondo politico né nell’opinione pubblica (il 32% dei giovani intervistati in un’iniziativa Unicef si è dichiarato contrario) e del resto si fatica a risolvere una questione più “banale” come garantire il diritto di voto ai fuorisede (fondamentale per il 52% del campione Unicef), che per la prima volta l’8 e il 9 giugno potranno esprimersi nel capoluogo di regione di domicilio (a patto di essersi registrati). Cosa chiedono i giovani europei? La Conferenza della gioventù di Sofia del 2018 ha fissato alcuni traguardi tra cui uguaglianza di genere, società inclusiva, salute e benessere mentale, occupazione e apprendimento di qualità, Europa verde sostenibile. Temi che potrebbero alterare gli equilibri previsti dai sondaggi elettorali.

3Cultura: Pilastro inserito nella “Costituzione” Ue

Il trattato di Lisbona sin dal preambolo afferma che l’Ue si ispira «alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto». La cultura è citata come primo elemento e nell’articolo 3 si sottolinea l’impegno a difesa di quest’ultima, ragione per cui nel 2018 la Commissione ha adottato un’Agenda specifica che si pone tre obiettivi: sfruttare il potere della cultura per la coesione sociale e il benessere, sostenere la creatività basata sulla cultura in materia di istruzione e innovazione, l’occupazione e la crescita, rafforzare le relazioni culturali internazionali. Per fare questo occorre rafforzare i settori culturali e creativi, accrescere la partecipazione culturale e il ruolo della cultura nella società, sfruttare il potere della cultura, rafforzare i legami culturali nelle relazioni extra-Ue.

Un impegno che è tanto più pressante in seguito alla pandemia, visto che tra 2019 e 2020 la spesa delle famiglie per attività culturali si è contratta in media del 16.7% (in Italia -22.4%). L’Italia sconta poi un ritardo negli investimenti in cultura: solo lo 0.3% del Pil è impegnato in servizi culturali e solo lo 0.2% in servizi di editoria e media, quartultimo posto dopo Irlanda, Grecia, Cipro. Una spesa minima in un settore che a livello continentale occupa 7.2 milioni di lavoratori, il 3.6% del totale che arriva al 5.2% in Estonia e Slovenia ed è in linea con la media europea nella penisola (3.5%). Vale a dire che in Italia il settore cultura ha dimensioni analoghe al resto del continente, ma beneficia di molte meno risorse.