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Che cos’è che si eredita dai genitori, non cambia a scuola e segna per la vita? Non si tratta di un indovinello, ma del livello d’istruzione. Non dovrebbe essere così, visto che la scuola è il principale “ascensore sociale”, ma se nel 2023 Caritas aveva coniato l’espressione tanto efficace quanto “fastidiosa” di «pavimenti appiccicosi», questa settimana, presentando il rapporto povertà 2024, ha posto l’accento sul fatto che «ai poveri è negato il diritto di aspirare». Ed è proprio così: si resta appiccicati al pavimento del piano del palazzo in cui si nasce e, anche se a fatica si raggiunge l’ascensore, si scopre che è rotto; restano solo le scale, con tutta la fatica che comportano e senza dimenticare che nel cammino verso il tetto chi parte dal piano di sopra ha molti meno gradini da percorrere.
I DATI Istat lo scorso luglio ha pubblicato il report “Livelli d’istruzione e ritorni occupazionali”, una fotografia del 2023 che certifica come «quando i genitori hanno un basso livello d’istruzione quasi un quarto dei giovani (24%) abbandona precocemente gli studi e poco più del 10% raggiunge il titolo terziario». Al contrario delle famiglie in cui almeno un genitore è laureato, nelle quali le percentuali diventano «rispettivamente 2% e 70%» (riprendendo l’immagine del “palazzo”, è come iniziare la scalata scolastica 90 piani sotto). Alla luce dei dati raccolti, l’Istituto sottolinea che
il diploma è considerato il livello di formazione minimo indispensabile per una partecipazione al mercato del lavoro che abbia potenziale di crescita professionale.
Nonostante questo solo il 65.5% di chi ha tra 25 e 64 anni ha un titolo di studio equivalente o superiore, molto lontano dalla media Ue (79.8%) e dalle performance di Germania (83.1%) o Francia (83.7%). Una situazione analoga a quella della laurea, traguardo raggiunto dal 21.6% di quanti sono in questa fascia d’età a fronte di una media Ue di 35.1%, con i picchi di Francia (42.4%) e Spagna (41.4%). Restringendo il campo al gruppo dei 25-34enni il divario resta: a fronte di un obiettivo comunitario del 45% l’Italia si ferma al 30.6%, distante da Francia (51.9%), Spagna (52%), Germania (38.4%). «Questa distanza – spiega Istat – trova ragione anche nella limitata disponibilità di corsi terziari di ciclo breve professionalizzanti, erogati dagli Istituti tecnici superiori, che in altri Paesi europei forniscono una quota importante dei titoli terziari conseguiti: con riferimento alla classe di età 25-34, in Spagna rappresentano quasi un terzo dei titoli terziari (31.3%), in Francia un quarto (24.4%)».
IN LOMELLINA Rispetto al rendimento nazionale, quello della Lomellina è inferiore perché, come spiega Openpolis, «l’incidenza degli adulti laureati (25-49 anni) si concentra soprattutto nelle città rispetto ai territori di provincia, in ragione anche di un mercato del lavoro locale che tende a selezionare maggiormente tali profili». Anche il Politecnico di Milano, nel suo rapporto dedicato all’Area interna della Lomellina, evidenziava che «la Lomellina ha un livello di scolarizzazione inferiore alla media regionale, registrando una grave carenza di residenti con livelli elevati di scolarizzazione (secondaria e terziaria) a elevata professionalità». E questo nonostante il capoluogo, Pavia, sia la città italiana con più laureati (49.5%, più di Bologna, Milano e Siena). In numeri, a Vigevano nel 2021 aveva il diploma o la laurea il 25.8% della popolazione, a Mortara il 22.2%, a Cassolnovo il 19.6%, a Garlasco il 24.8%, a Gambolò il 19.7%, a Mede il 19.1%; dei comuni dell’Area interna propriamente detta quasi nessuno supera il 15% e Sant’Angelo si ferma all’11.2%, in Lomellina l’eccezione è Cava Manara con il 31.1%, ma qui è forte l’attrazione del magnete Pavia.
QUESTIONE DI GENERE Tornando al livello macro, se il Belpaese insegue in generale, a trovarsi in una posizione di svantaggio nello svantaggio sono donne e cittadini stranieri. Le prime «sono più istruite degli uomini», tanto che il 68% delle 25-64enni ha almeno il diploma o una qualifica e il 24.9% un titolo terziario (contro rispettivamente il 62.9% e il 18.3%), eppure «il vantaggio femminile nell’istruzione non si traduce in un vantaggio lavorativo». Lavorano di meno, sono più esposte al part time involontario ed è significativo notare che, nelle discipline STEM (ambiti scientifico, tecnologico, ingegneristico, matematico, quelli che danno le migliori prospettive lavorative e retributive), a parità di percorso di studio lavorano di più gli uomini che le donne. In “informatica, ingegneria e architettura”, ad esempio, raggiunge i 9.3 punti percentuali (81.8% contro 91.1%). Per quanto riguarda chi non ha la cittadinanza italiana, solo il 53.3% ha almeno un titolo secondario e solo il 12.4% è laureato, ma anche tra questi è più difficile trovare lavoro, perché il tasso d’occupazione è inferiore di quasi 16 punti rispetto agli italiani.
INGRESSO LENTO Restando sul fronte lavorativo, di quanti hanno la laurea gli occupati sono l’84.3%, tra i diplomati il 73.3% e tra chi non va oltre la licenza media il 54.1%, cosicché «si conferma l’evidente “premio” occupazionale dell’istruzione», anche se questo “premio” è meno alto di quanto possa sembrare, visto che l’Italia è lontana dalla media Ue (87.6%) e ha una performance negativa se si considerano neodiplomati e neolaureati, che in Ue hanno un tasso d’occupazione di 18.4 e 12.3 punti più alto. «L’Italia è ultima per occupabilità dei giovani diplomati e penultima per quanto riguarda i laureati», precedendo solo la Grecia, risultato di un mercato del lavoro che assorbe «il giovane capitale umano» con «difficoltà e lentezza». E questo in un contesto in cui tutti gli indicatori sono in miglioramento, perfino quelli relativi a “Elet” (coloro che lasciano la scuola prima dei 24 anni senza acquisire il diploma) e “Neet” (i 15-29enni che non studiano, non lavorano e non si formano); per i primi si è scesi al 10.5% con una riduzione dell’1%, ma la penisola è terzultima in Ue, per i secondi si è al 16.1% (-2.5%), solo la Romania fa peggio. Senza dimenticare che «anche la dispersione scolastica è associata alle caratteristiche della famiglia di origine: se il livello di istruzione dei genitori è basso, l’incidenza degli abbandoni precoci è molto elevata».
Giuseppe Del Signore

