Osservatorio 23-10 / Un altro finale

Una tavola imbandita e un gruppo di commensali, appena giunti su un’isola tagliata fuori dal mondo. La notte pesante come una coperta di lana, squarciata a tratti dal lampo di un temporale che minaccia di intensificarsi. Dentro la stanza, arredata con il gusto retrò dell’Inghilterra della prima metà del Novecento, gli ospiti si apprestano a cenare con un imbarazzo attraversato da una sottile inquietudine che caratterizza un momento intimo come il pasto con perfetti sconosciuti. I discorsi di circostanza e i convenevoli, presto esauriti, lasciano spazio solo a un silenzio tanto raggelante quanto il vento che fuori agita i pochi alberi del parco.

A un tratto il grammofono, che tentava di allietare l’atmosfera con spensierate canzonette, fa risuonare nella stanza una vocina sottile, inquietante, che, canticchiando una filastrocca orecchiabile, racconta la storia di “dieci piccoli negretti” che uno dopo l’altro muoiono, fino a non rimanerne nessuno. È una canzone per bambini, ma ha il potere di incatenare il cuore di tutti i presenti in una paura soffocante, che diventa terrore quando, nelle ore e nei giorni successivi, le strofe di quel motivetto diventano realtà e uno a uno i dieci ospiti trovano la morte. È la maestria di Agatha Christie a intessere questa trama appassionante nel celebre giallo “Dieci piccoli indiani”, capace di tenere inchiodati i lettori fino all’ultima pagina, con la scoperta del colpevole e del movente. A colpire in questa storia non è soltanto la capacità dell’autrice di creare un’atmosfera di tensione e di mistero fino alla fine, ma soprattutto la progressiva scoperta che, di fronte al dipanarsi del male, nessuno può dirsi veramente al sicuro e che la fiducia diventa l’alibi più potente con il quale il colpevole può mascherarsi.

L’esito della storia sembra suggerire che l’unica ad averla vinta, alla fine, sia la morte.

E in fondo è questo un tragico specchio della realtà, perché quando la cattiveria dell’uomo arriva a servirsi di ciò che è profondamente umano, come l’amicizia, la fraternità o la semplice condivisione di uno stesso destino avverso, imbocca una strada che non può portare ad altro che alla sua autodistruzione. La storia e la cronaca, passata e recente, confermano la sottile e arguta morale di questo racconto tutt’altro che di intrattenimento. E non importa se dall’isola deserta ci si sposta nel traffico della città o nel monotono e addormentato paesaggio delle risaie.

I pensieri di male che maturano nel cuore dell’uomo e rodono l’anima, fino a diventare strategie di violenza, non possono condurre, dopo aver lasciato vite segnate e spezzate, che al baratro di una fine ingloriosa e triste, che ricade su chi il male lo ha voluto e pensato e ne è finito inconsapevole vittima. La storia di Agatha Christie finisce così con un muto silenzio dello spettatore di fronte alla banalità del male, che sa diventare astuto spettacolo di cui magari ridere o spettegolare. Ma se in un romanzo lo spazio bianco dopo l’ultima pagina rimane, nonostante gli auspici del lettore, congelando la trama nella struttura voluta dall’autore, la realtà offre infinite opportunità per creare nuovi finali, magari meno tragici, magari aperti a una conversione, a un cambiamento che salvino la vita a tutti. Sì, perché non solo le fiabe debbono avere un lieto fine: a volte anche i romanzi noir e le pagine della cronaca possono riservare, se non un “vissero tutti felici e contenti”, almeno un “mettersi il cuore in pace” di verghiana memoria… e questo anche a Vigevano.

don Carlo Cattaneo

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