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All’inizio del 2024 i Neet in Italia sono 1.36 milioni e la provincia di Pavia in Lombardia ne ha la quota maggiore in proporzione alla popolazione. L’Istat considera “Neet” (Not in Education, Employment or Training) i
giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione,
una condizione che in Italia caratterizza il 15.2% dei ragazzi e delle ragazze, circa uno su sei. Il dato è in diminuzione negli ultimi anni e tuttavia ancora distante dal 9% che è il target Ue da raggiungere entro il 2030. Del resto l’Italia è il secondo paese comunitario che ne ha la quota più rilevante, preceduto dalla sola Romania (Eurostat 2022, fanno meglio Grecia, Bulgaria, Cipro, Croazia), e anche a livello locale la situazione richiede un’attenzione specifica:
Il nostro territorio ha il più alto numero di Neet – ha dichiarato la scorsa settimana don Moreno Locatelli, direttore di Caritas diocesana – bisogna fare matching con le scuole professionali e far sì che i giovani trovino soprattutto stimoli forti.
IN DETTAGLIO I Neet sono soggetti a esclusione socio-economica e sono una cartina al tornasole di altre forme di disparità, visto che sono presenti in percentuali maggiore tra le donne, tra gli stranieri e tra chi ha titoli d’istruzione più bassi. Per capirlo occorre fare riferimento all’analisi dei “Livelli di istruzione e ritorni occupazionali 2022” pubblicata da Istat lo scorso ottobre. Guardando alla loro condizione in funzione del mercato del lavoro, circa un terzo è disoccupato (33.5%), circa il 28.9% è inattivo ma vicino al mercato del lavoro (non ha cercato attivamente un lavoro, ma sarebbe immediatamente disponibile, oppure ha cercato lavoro senza avere disponibilità immediata), il 37.7% è inattivo ovvero non cerca un impiego né è disponibile a lavorare. «Questi ultimi sono soprattutto donne con responsabilità familiari, poco istruite o straniere: la quota di inattive sale infatti al 58.8% tra le Neet con al più un titolo secondario inferiore e al 65.6% tra le Neet straniere». Si tratta di Neet “involontarie” ovvero che nell’Italia dell’inverno demografico, delle culle vuote e della sfida dell’integrazione sono costrette a occuparsi della famiglia e restano ai margini della società.
LO STUDIO CONTA Non sorprende allora che, se la ripresa post-pandemia sta riducendo il numero dei Neet globale, tra questi aumenta la fetta di quelli che sono inattivi, non cercano un’occupazione e non sono disponibili a lavorare (+1.8%). Il titolo di studio resta un discrimine forte perché tra chi non è più in istruzione lavora il 40.6% di chi ha la licenza media, il 64% di chi ha il diploma, il 73.7% di chi ha la laurea; del resto tra i Neet gli inattivi nel primo caso sono quasi uno su due, nel secondo e nel terzo uno su tre. Come si scriveva sopra, giocano un ruolo anche il genere e la cittadinanza: gli uomini Neet sono il 17.7% di chi ha tra 15 e 29 anni, le donne il 20.5%, gli stranieri arrivano al 28.8% contro il 18% degli italiani, con un ruolo di primo piano giocato dalla componente femminile (la differenza con le italiane è 37.9% contro 18.5%, sul piano maschile il divario è intorno ai due punti, 19.8% contro 17.5%).
INVISCHIATI Si tratta perciò di un fenomeno che rischia di aggravare contesti in cui già sono presenti povertà culturale e materiale, visto che il titolo di studio è direttamente proporzionale al reddito e che il background familiare ha un impatto significativo sia nel successo scolastico sia nella fragilità socio-economica: l’abbandono precoce degli studi interessa il 24.1% dei giovani tra 18 e 24 anni i cui genitori hanno al massimo la licenza media, il 5.3% di quelli con genitori diplomati, il 2.5% di quelli con genitori laureati e circa un terzo degli adulti a rischio povertà nella fascia 25-49 quando aveva 14 anni viveva in una famiglia deprivata. Tra i 20 e i 34 anni possedere un diploma nel 56.5% dei casi vuol dire essere occupati, valore che sale al 74.6% con la laurea e che supera il livello pre-crisi economica del 2008, pur restando distante del 12.1% dalla media Ue (del 20.4% per i diplomati), mentre si ferma al 39% tra i 18-24enni che hanno abbandona presto gli studi, i cosiddetti “Elet” (Early Leavers from Education and Training) che sono l’11.5% del totale.
SOLUZIONI Per continuare sulla strada della riduzione di Neet ed Elet è fondamentale investire in istruzione così come attivare servizi in grado da un lato di trattenere chi è a rischio dispersione scolastica e dall’altro lato di agganciare chi è uscito dal circuito educativo senza entrare in quello professionale. Vanno in questa direzione il progetto “Vigevano Academy” di Caritas, che intende fornire una formazione orientata all’occupazione, le iniziative intraprese dalle scuole di Vigevano e Lomellina nel corrente anno scolastico nell’ambito dei fondi Pnrr (dal mentoring, che stabilisce un rapporto di 1:1 tra docente e studente fragile, al recupero delle competenze di base soprattutto in realtà dove sono tanti gli alunni con italiano L2), ma anche il rafforzamento dei Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e la costituzione di Its, gli istituti tecnici superiori a cui spetterebbe il compito di colmare la carenza di formazione terziaria tecnica, che impedisce all’Italia di raggiungere una quota di persone con titolo di studio terziario in linea con la media Ue.
Giuseppe Del Signore

