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Secondo l’Istat sono 217mila i cittadini stranieri che nel 2024 hanno acquisito la cittadinanza italiana: anche loro il prossimo 8 e 9 giugno avranno la possibilità di andare alle urne (magari per la prima volta) ed esprimere una preferenza su un tema che tocca direttamente il loro vissuto personale. L’avere un background migratorio non incide sulla preferenza espressa (o sulla scelta di non andare a votare): i “nuovi italiani” non sono un gruppo monolitico, ma esprimono le proprie scelte in base a esperienze e sensibilità diverse per ognuno.

IL PRIMO VOTO Vladimir Dabija, nato in Moldova (all’epoca nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche) nel 1979, ha preso la cittadinanza italiana lo scorso marzo. Sposato, padre di una ragazzina adolescente, è un medico, anche se nel tempo libero si diverte ancora a giocare a calcio come attaccante nel campionato Csi. Al termine della prima partita dopo il suo giuramento, “Vlad” (come lo chiamano gli amici) ci ha tenuto a festeggiare con i suoi compagni di squadra sparando a tutto volume negli spogliatoi “L’italiano” di Toto Cutugno. Non un cliché, ma un entusiasmo sincero per la fine di un percorso che per la burocrazia è durato due anni, ma per Dabija è cominciato nel 2007, anno del suo arrivo in Italia. «Quando sono arrivato avevo appena preso la laurea in medicina, ma ho dovuto convertirla e quindi mi sono rimesso a studiare – racconta – ci ho messo 3-4 anni. La cittadinanza l’ho chiesta un po’ dopo i 10 anni di residenza, ma una volta inseriti i documenti sul portale ho dovuto attendere solo altri 2 anni per avere la conferma». In attesa di poter esercitare la professione di medico, Dabija ha fatto un po’ di tutto, in campo sanitario e non: oss, inserviente di casa di riposo, anche calciatore, visto che il talento col pallone c’è sempre stato. Ora, da cittadino italiano, non solo può lavorare in corsia con il camice bianco, ma potrà anche andare a votare: e il referendum dell’8 e 9 giugno sarà la sua prima volta alle urne.
Devo ancora andare a ritirare la mia scheda elettorale, andrò questo giovedì – conferma – al referendum andrò a votare e sono favorevole alla proposta di ridurre i tempi per la cittadinanza. Sono un po’ emozionato, come lo ero quando ho giurato per diventare cittadino.
NON VA REGALATA Maria e Andrea Arreaga sono sorelle: la loro terra natia è l’Ecuador, ma al telefono bisogna fare davvero molta attenzione per cogliere la leggera cadenza ispanica che tradisce le origini latinoamericane. «Il mio modo di ragionare in effetti è più italiano, d’altra parte sono cresciuta qui – racconta Maria, che è la più giovane delle due – sono arrivata a 12 anni, ho studiato fino all’università e quando è stato il momento, dopo 10 anni di residenza, ho inoltrato la procedura online. Io ho aspettato 3 anni, mio fratello solo 2: è stata una cosa semplice e anche veloce». Lei non è a favore del quesito referendario sulla riduzione dei tempi per la cittadinanza: «Secondo me i tempi attuali sono giusti, penso che 5 anni non siano abbastanza per sentirsi italiani.

La cittadinanza non può essere regalata: serve del tempo per capire se una persona vuole stare davvero in questo paese». Andrea non sa ancora se andrà a votare, prima preferisce informarsi meglio: «Io sono arrivata qui a 17 anni: doveva essere una vacanza, si è prolungata più del previsto». Anche perché nel mentre si è iscritta all’università e poi si è anche sposata: «La mia cittadinanza è infatti arrivata per matrimonio: ho aspettato 2 anni, è stato veloce». Nessuna delle due sorelle ha percepito particolari difficoltà o disagi nelle procedure per richiedere i documenti: «Se vivi qui e hai deciso di stare qui, un anno in più o in meno non fa differenza – è il loro parere – però noi abbiamo trovato tutto pronto, e la nostra percezione è diversa da quella dei nostri genitori, che hanno lavorato, fatto sacrifici prima di ottenerla». E lo conferma infatti Lidia Arreaga, la madre: «Per me è stato difficile. Ho vissuto 5 anni a Milano, poi mi sono trasferita a Vigevano. Allo scadere dei 10 anni, sono andata in Questura con tutti i documenti: e lì ho scoperto che gli anni di residenza nel Milanese erano andati persi. Alla fine, ho aspettato 15 anni». Al netto degli errori della burocrazia, le tempistiche però non le cambierebbe: «No no, non sono d’accordo con il referendum, non andrò a votare. E da quello che sento, non so se andranno in tanti».
Alessio Facciolo

