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Un diritto è tale quando può essere esercitato e trovare concreta applicazione nella realtà. In Italia il diritto alla salute rischia di essere compromesso dal definanziamento del Sistema sanitario nazionale, dalla progressiva privatizzazione della sanità e dall’inflazione che portano i cittadini a dover affrontare tempi d’attesa elevati anche per prestazioni essenziali, a dover sostenere spese importanti per curarsi o a rinunciare a farlo.
POST-COVID Il 2022 avrebbe dovuto essere l’anno del ritorno alla normalità, tuttavia i dati Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) segnalano che si sono persi più di 833mila ricoveri nel pubblico (-13%) e quasi 80mila nel privato accreditato (-4%), non considerando quelli per Covid, per un totale di 6.9 milioni di ricoveri (5.1 nel pubblico) con una flessione più rilevante nella sanità pubblica. Del resto Cristina Freguja (Istat) in audizione alla Commissione affari sociali lo scorso marzo ha affermato che «nel confronto tra il 2022 e gli anni pregressi della pandemia, emerge un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa, che nel 2022 diventa il motivo più frequente (il 4,2% della popolazione), a fronte di una riduzione della quota di chi rinuncia per motivi economici (3,2%). Rispetto al 2019 aumenta soprattutto la quota di persone che dichiara di aver pagato interamente a sue spese visite specialistiche e accertamenti diagnostici».
SENZA RETE Secondo Istat solo il 38.8% degli italiani ha fatto visite specialistiche (contro il 42.3% del 2019) e solo il 32% esami (contro il 35.7%), con una riduzione più marcata tra gli over65. Una situazione confermata anche da Eurispes ed Enpam nel rapporto “Il termometro della salute”, che per il 2022 rileva come un terzo dei cittadini ha rinunciato a prestazioni e interventi sanitari per le lunghe liste d’attesa, un andamento che trova conferma nel 2023: a fine settembre un sondaggio Euromedia Research per “In onda” ha rilevato che quasi un italiano su cinque rinuncia alle cure personali (10.8%) o alle visite mediche (7.8%). Anche perché dove non arriva il pubblico non arriva neppure il privato accreditato: il Dataroom pubblicato dal Corriere della Sera lo scorso 5 ottobre chiarisce che la compensazione funziona per le patologie più gravi e per quelle che prevedono un rimborso maggiore da parte dello Stato (protesi articolari, chirurgia dell’obesità, artrodesi), ma non per quelle comuni come ricoveri cardiologici, chirurgia vascolare minore, malattie degenerative del sistema nervoso, interventi oculistici, tonsillectomia / adenoidectomia.

ATTESA Pure Agenas rileva che tra 2019 e 2022 c’è stata una caduta nel rispetto dei tempi di attesa per interventi «in classe di priorità A» ovvero che devono essere seguiti entro 30 giorni dalla prenotazione, tra cui rientrano interventi oncologici e cardiovascolari. A livello nazionale per la prima il rispetto dei tempi si ha nel 73.8% dei casi (contro 73.6%), per la seconda nell’82.3% (contro 84.7%); l’adempimento si ha nella maggior parte dei casi, ma pur sempre 3 su 10 e 2 su 10 si trovano ad aspettare più del dovuto in presenza di patologie gravi. Sempre Agenas ha riscontrato nel 2022 un aumento della spesa per ticket, pari a 1 miliardo di euro, su 2021 e 2020, segnale di ripresa dell’attività sanitaria, «ma inferiore ai livelli precedenti la pandemia» (-22% dal 2018). C’è attesa per la pubblicazione dell’edizione 2023 del “Piano nazionale esiti”, il report che valuta «l’efficacia nella pratica, l’appropriatezza, l’equità di accesso e la sicurezza delle cure garantite dal Ssn nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza (LEA)», prevista per il 26 ottobre.
COSTITUZIONE Dal documento si potrà capire fino a che punto l’Italia garantisce il diritto alla salute e la parità di accesso, tutelati dagli articoli 32, 2 e 3 della Costituzione. Secondo la fondazione Gimbe, che il 10 ottobre ha presentato il suo sesto rapporto sul Ssn, nelle parole del presidente Nino Cartabellotta «i princìpi fondanti del Ssn, universalità, uguaglianza, equità sono stati traditi. Oggi sono ben altre le parole chiave che definiscono un Ssn ormai al capolinea e condizionano la vita quotidiana delle persone, in particolare delle fasce socio-economiche meno abbienti: interminabili tempi di attesa, affollamento dei pronto soccorso, impossibilità di trovare un medico o un pediatra di famiglia vicino casa, inaccettabili diseguaglianze regionali e locali sino alla migrazione sanitaria, aumento della spesa privata sino all’impoverimento delle famiglie e alla rinuncia alle cure». Questo perché da 15 anni la spesa sanitaria in Italia si riduce o cresce a un ritmo inferiore all’inflazione, come accadrà anche nella legge finanziaria 2023 che il governo Meloni ha predisposto in questi giorni. L’Italia spende il 6.8% del Pil in salute a fronte di una media Ocse e Ue del 7.1%, un gap che equivale a 829 euro a pro-capite che, per essere recuperato, richiederebbe 15 miliardi di euro all’anno in più dal 2023 al 2030, una cifra insostenibile dal bilancio dello Stato.
Giuseppe Del Signore

