In provincia di Pavia, e in particolare in Lomellina, il tessuto sociale sta affrontando una trasformazione profonda: la crescita progressiva delle solitudini. A Vigevano, su circa 62.771 abitanti si contano ben 28.552 nuclei familiari, segnati da un’alta incidenza di persone sole — prevalentemente anziane — e di coppie senza figli. Un fenomeno alimentato da denatalità e invecchiamento (con un’età media cittadina di 46.4 anni), che porta quasi quattro famiglie pavesi su dieci a essere composte da un unico membro. A mitigare solo in parte questo svuotamento demografico è la componente straniera, che mantiene nuclei mediamente più numerosi rispetto a quelli autoctoni (2.8-3.1 componenti contro 2.0-2.1).
L’ANALISI Un quadro complesso e articolato che evidenzia radici sociali ed economiche ben precise. «Il trend è ormai consolidato negli ultimi decenni ed è il frutto, da un lato, dell’invecchiamento», spiega Andrea Zatti, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Pavia e rettore del collegio Cairoli.
Questo colpisce in maniera ulteriormente accentuata la nostra Provincia, che come è noto è una delle più anziane d’Italia. Si salva in parte solo grazie alle famiglie degli stranieri e a un tasso migratorio totale alto, che negli ultimi anni ha visto l’arrivo sia di persone dall’estero sia da altre regioni italiane, compensando un crollo demografico altrimenti completo. Tuttavia, l’invecchiamento è una delle facce della medaglia.
MUTAMENTO CULTURALE L’altra riguarda un radicale mutamento culturale e strutturale nella gestione e nella creazione degli affetti. «L’invecchiamento porta spesso ad avere nuclei monofamiliari o situazioni in cui l’anziano non viene più tenuto in carico dalla famiglia come avveniva un tempo», sottolinea Zatti, evidenziando le ricadute immediate sulla tenuta dei servizi pubblici. «Dall’altra parte assistiamo a una formazione sempre meno diffusa e più tardiva dei nuclei familiari. Il crollo dei matrimoni e l’evoluzione verso l’atomismo autoalimentano il calo della fecondità, arrivata a un livello bassissimo di circa 1.15-1.16 figli per donna, ben al di sotto del livello di sostituzione della popolazione».

GLI EFFETTI ECONOMICI L’isolamento e la frammentazione della società non rappresentano unicamente una questione intima o privata, ma portano con sé precise e gravose conseguenze economiche e collettive. «Quella che potrebbe sembrare banalmente la scelta individuale di non sposarsi o non creare una famiglia ha importanti ripercussioni sulle politiche pubbliche», avverte il ricercatore. «Una società così strutturata costa di più. Le famiglie monofamiliari occupano proporzionalmente più spazio, generando un problema abitativo, a cui si aggiungono la tenuta del sistema pensionistico e la sostenibilità dell’assistenza sociale». Si tratta di un circolo vizioso in cui la cultura dell’individualismo esasperato finisce per ritorcersi contro la comunità. «Questo percorso porta all’atomismo, ma ne è allo stesso tempo il frutto: è un serpente che si morde la coda», osserva ancora Zatti. «La spinta all’individualismo, alla velocità e alla semplificazione di ogni processo rende complicata la vita delle comunità, a partire da quella più semplice che è la famiglia, ovvero lo stare insieme di due persone».
FENOMENO RADICATO Così «al di là delle questioni di costo o di politica, il fenomeno è profondamente radicato nei comportamenti e nelle scelte quotidiane». Nemmeno l’apporto dell’immigrazione sembra essere in grado di invertire definitivamente la rotta nel lungo periodo. «L’incrocio di culture sicuramente aiuta, ma l’effetto riscontrato è che anche gli stranieri, una volta stabiliti sul territorio, tendono ad adeguarsi ai modelli locali, riducendo a loro volta il numero di figli». Siamo dunque di fronte a un percorso senza ritorno? Per lo studioso dell’Ateneo pavese si tratta piuttosto di una dinamica complessa e di lungo respiro: «Sono convinto che si tratti di un fenomeno ciclico, ma per poter immaginare un’effettiva inversione di rotta e un ritorno a forme di coesione differenti occorreranno parecchi decenni».
Massimo Sala

