La vera salvezza è solo nell’amore di Dio. Con fumi di caldarroste, rulli di tamburi, persone in pesanti abiti rinascimentali entrano ed escono dalla chiesa di San Pietro Martire la domenica del “biat Matè” sembra un tuffo in un altro tempo, in un’altra Vigevano: un viaggio attraverso i secoli che, ogni anno, rivive durante la festa del beato Matteo, copatrono della città ducale e suo protettore. E portatore di un messaggio di fede attuale anche nell’oggi.
LA SALVEZZA Lo ha ribadito anche il vescovo Maurizio Gervasoni nell’omelia del pontificale celebratosi domenica mattina proprio nella chiesa che ospita le spoglie del Beato. A stimolare la riflessione del Vescovo, il passo del vangelo di Luca di giornata, che vedeva Gesù guarire, o meglio “purificare”, un gruppo di dieci lebbrosi: «Quando questi uomini vengono purificati solo uno torna indietro a ringraziare – spiega Gervasoni – e solo per lui Gesù usa la parola “salvato”». Una differenza importante, soprattutto in un contesto, come quello dell’epoca di Gesù, in cui la malattia non era considerata tanto una questione sanitaria, quanto di fede. «La lebbra era vista come una manifestazione esterna del peccato, un segno dell’impurità» prosegue il Vescovo: e per quanto l’intervento del Cristo li abbia appunto purificati, «per la salvezza non bastano le pratiche religiose: serve l’incontro con Dio». Come quello avvenuto con l’unico dei malati tornato indietro a ringraziare: «Lui si è sentito amato da Dio». Riconoscere l’amore di Dio, insomma, è il modo con cui si sa se si è salvato.

AMORE DI DIO Il vangelo di Luca si fa portatore di un messaggio potente: «L’amore di Dio non è manipolabile. È gratuito e l’uomo non lo può manovrare, nemmeno praticandolo lui stesso». Qual è la cifra della salvezza di Dio. Per Gervasoni, «la nostra risposta deve essere la totale disponibilità. Questa è la fede, che si manifesta nella carità, nello stupore di fronte a essa». «Solo Dio può essere la causa, solo Dio può essere lo scopo» continua Gervasoni, che però avverte anche di come un amore così gratuito possa «non essere riconosciuto, e ciò può causare sofferenza».
PROTETTORE Una dimensione della sofferenza che però «dimostra l’assoluta disponibilità all’amore di Dio». Ed è questo, spiega il vescovo di Vigevano, che ha fatto il beato Matteo. «Non siamo qui a venerate il Beato perché era un grande politico, un grande militare, un grande insegnante. Lo veneriamo perché si è lasciato configurare da questo crocefisso e ha chiesto agli altri di fare lo stesso». Un messaggio reso ancor più vivo dalla supplica al Beato, recitata dal Vescovo e da tutti i fedeli al termine della messa, amplificando il ruolo di Matteo Carreri come protettore non solo della città, ma anche del suo cuore, della sua fede: «Tu vedi quante difficoltà e pericoli incontra oggi la nostra fede: non permettere mai che perdiamo un dono così necessario e prezioso».
Alessio Facciolo

