Vigevano, le fabbriche fantasma

Lungo la ex 494, quasi al confine tra Vigevano e Parona, c’è uno slargo in terra battuta, una inspiegabile piazzola in mezzo al nulla. Chi non sa, passa oltre; ma basta guardare meglio a lato della carreggiata per scorgere una palazzina in mezzo alla vegetazione. Quell’edificio è solo il primo di un complesso di oltre 70mila metri quadri di capannoni, magazzini e uffici abbandonati. Due grossi jersey in cemento bloccano l’accesso, ma entrare non è difficile: nel 2005 migliaia di punkabbestia da mezza Europa si trovarono qui, per un rave leggendario durato tutto il week end di Ognissanti; ci riprovarono nel 2011, ma le forze dell’ordine bloccarono la festa techno prima ancora che cominciasse. Da lì sono passati appassionati di urbex, senzatetto, giocatori di softair, abbandonatori di rifiuti, ragazzini curiosi: alla Berflex, dalla sua chiusura negli anni ’90, è entrato chiunque, fuorchè gli operai.

FABBRICHE CHIUSE Quello dell’ex conceria alla frazione Morsella è solo uno dei tanti siti produttivi dismessi sul territorio della città di Vigevano: le rilevazioni fatte per la redazione del nuovo Pgt ne censirebbero decine, da quelli enormi (come il calzaturificio Moreschi, chiuso nel 2024 in seguito al fallimento dello storico marchio) ai piccoli capannoni e officine sparsi per la città. I muri coperti di graffitti e i tetti sventrati dei vecchi stabilimenti ducali mettono tristezza e restituiscono un’immagine mesta della città: ma anche laddove le aree produttive sono rinate, come all‘ex Ursus (storica fabbrica di gomma in via Madonna degli Angeli, che nel suo periodo d’oro dava lavoro a 1400 persone e alla sua chiusura negli anni ’80 ne occupava ancora 300), lo hanno fatto come sedi di uffici, negozi, case, e non più come manifatture. Un dato, seppur non recentissimo, aiuta a capire come sia cambiata l’economia della città. Da rilevazioni Istat. nel 1991 l’incidenza dell’occupazione nel settore industriale risultava essere il 49, nel 2001 42.8; nel 2011 era crollata al 33.2. I dati sono quelli dell’ultimo censimento (è attesa nel 2026 la pubblicazione di quello svolto nel 2025), ancora più netto il tracollo delle professioni artigiane o operaie, passate dal 44.2 del 1991 al 22.4 del 2011: la metà nel giro di vent’anni.

IL BOOM Negli anni ’60 Vigevano era come un “boom town” del vecchio West, quelle cittadine che spuntavano e crescevano in maniera disordinata nei pressi di ricchi filoni minerari. E l’oro ducale, ai tempi, era la scarpa, con le sue fabbriche, e tutto l’indotto che ne derivava. Lo raccontava il noto giornalista Giampaolo Pansa sulle pagine de La Stampa, nel marzo del 1969: Vigevano registrava una «crescita da città del West con migliaia di facce nuove che arrivavano dal Veneto e dal Sud a cercar l’oro nelle scarpe». Tema del suo servizio la paradossale situazione della media Besozzi, “distrutta” ogni estate per far spazio alle fiere della calzatura e ricostruita provvisoriamente ogni autunno, paradigma di una città cresciuta senza pianificazione, seguendo il flusso dell’adesso. Lo ricorda ancora, chi arrivò in città a quei tempi dalle piane del Polesine o dalle pendici del Vulture e dei Nebrodi, di come fosse facile trovare lavoro in fabbrica: una città che vive perlopiù nei ricordi, nelle ricerche storiche, nelle pagine dei libri di Mastronardi.

E OGGI La Vigevano attuale è profondamente diversa. In parte perché diverso è il paese, in parte per delle specificità tutte ducali: alcune di queste criticità erano state messe in luce da Fabio Catalano, segretario della Cgil di Pavia, durante un dibattito dell’ultima edizione del Festival delle Trasformazioni. Per il segretario della Cgil, non ci si è resi conto dei profondi cambiamenti in atto, con

un processo di trasformazione che non è stato governato e che non ha considerato alcuni elementi di mutamento, come quello digitale.

Una dinamica che rende difficile stare al passo in un mercato globale «in cui la sfida si fa su innovazione e ricerca», ma anche con i competitor nazionali più accorti: «Sulla scarpa c’è stata competizione anche all’interno di questo paese, basti pensare a quella che è nata col distretto marchigiano, o col Veneto». Con Vigevano che ha perso la “battaglia” e già da qualche anno sembra essere lo specchio dell’Italia attuale, dove le fabbriche, grandi o piccole, continuano a sparire. Un Paese senza proletariato: e non perché divenuto borghesia o classe egemone (tanto per citale le ideologie novecentesche), ma perché non ha più nessun posto dove andare a lavorare.

Alessio Facciolo

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