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Uno dei motori d’Europa chiede di non essere fermato nel suo slancio. L’Assemblea generale di Assolombarda, che si è svolta in ottobre a Milano, ha sottolineato i punti di forza di quella che «se la considerassimo come un’economia nazionale, sui 27 Paesi dell’Ue, sarebbe decima per Pil (con 480.6 miliardi di euro nel 2023)», come ha affermato il presidente Alessandro Spada, ma ha anche avanzato delle proposte per affrontare la sfida della competitività su scala globale, considerando «l’Ue il perimetro minimo di azione e ragionamento» in cui far valere «un nostro modello industriale fondato sulla qualità, l’innovazione, la diversificazione dei prodotti».
LE PROPOSTE Nondimeno non basta questa consapevolezza per garantire il futuro, soprattutto se si considera che proprio l’Ue è passata dal rappresentare il 23% del Pil mondiale nel 1990 al 14% odierno; il Vecchio Continente non ha ancora una bussola per orientarsi nel mondo successivo alla guerra fredda, nonostante siano già trascorsi quasi 40 anni. Dal punto di vista della politica industriale comunitaria per Assolombarda servono meno regole, il sostegno a progetti di aggregazione europea, investire su riciclo e circolarità delle materie prime strategiche, un approccio non ideologico alla sostenibilità. Meno burocrazia perché ad esempio oggi la penisola spende «quasi 60 miliardi di euro l’anno ovvero più del 3% del Pil» per l’apparato burocratico, che inoltre è visto come freno agli investimenti. Promuovere “campioni europei” poiché sono pochissime le aziende che hanno dimensioni tali da poter competere a livello mondiale (l’esempio citato è Airbus) e quando si presenta l’opportunità di vederne emerge una la risposta dell’Ue è scoraggiarla e ostacolarla. Circolarità per diminuire almeno in parte la dipendenza dagli altri mercati per le «34 materie prime critiche», tra cui nichel, silicio, terre rare. Infine sostenibilità sì – e si sottolinea il ruolo di spicco di Pavia per rigenerazione della natura e recupero oli esausti e solventi – ma non “miope”: «L’Ue non è l’inquinatore di ultima istanza del pianeta – ha sostenuto Spada – La sola Cina produce 12.6 milioni di tonnellate di CO2, in aumento del 4% dal 2022 al 2023. L’Europa? L’Europa è responsabile della produzione di 2.5 milioni di tonnellate di CO2, in riduzione del 7% rispetto all’anno precedente». Per questo «il miglioramento delle condizioni del pianeta non si otterrà» chiudendo fabbriche in Ue per aprirle «in Cina, India o Stati Uniti».
PER L’ITALIA A questo sul fronte italiano si aggiungono «spending review per quelle voci che non contribuiscono al rilancio strutturale dell’economia» e «riduzione della pressione fiscale», con introduzione della mini-Ires (aliquota ridotta per gli investimenti), l’apertura all’energia nucleare, che nelle parole di Spada «è una priorità importante per il nostro territorio: 2/3 del fabbisogno nazionale di energia viene dal Nord Italia, che può far meno affidamento su alcune fonti rinnovabili, come, per esempio, l’eolico». Ma anche una percezione migliore dell’Italia nel mondo, la messa a terra del Pnrr e un piano nazionale come “Industria 4.0”. nel primo ambito, ha ricordato Spada,
nel 2023 l’Italia ha certificato un debito accumulato di oltre 2.800 miliardi di euro. La Francia di circa 3.100 miliardi di euro. Più dell’Italia, dunque. La Germania di oltre 2.600 miliardi di euro. Poco meno di noi.
A fronte di questo il nostro Paese ha pagato in interessi poco meno di quanto ne abbiano pagati insieme Germania e Francia: 78.6 miliardi di euro nel 2023 contro gli 84.4 di Francia e Germania insieme». Numeri che spingono a sostenere che «la fotografia delle agenzie di rating internazionali è in parte fuorviante»; certo l’Italia ha «difetti come evasione fiscale ed economia sommersa» e necessita di «attenzione sui conti pubblici», ma si avverte la necessità di «ottenere un giudizio più obiettivo e a costruire un’immagine internazionale più equilibrata». Nel secondo campo la preoccupazione è che i tempi si stanno allungando – soprattutto per lo spostamento del ministro competente Raffaele Fitto, in procinto di diventare commissario europeo – mentre l’esigenza è che il Pnrr «diventi Pil». Infine c’è la speranza di recuperare il modello di “Industria 4.0”, che ha consentito all’Italia di accrescere «in termini reali i suoi investimenti in macchinari e impianti del 10.1%» mentre in Spagna, Francia e Germania diminuivano.

AUTO Il settore in cui convergono sia i punti di forza sia le debolezze dell’industria italiana ed europea è l’automobile. Qui la posizione di Assolombarda è nota e dura: «Pensiamo – si è chiesto Spada – davvero di riuscire a vincere la sfida dell’elettrico davanti alla Cina? Ricordo che nel 2008 nel Vecchio Continente si produceva quasi il 31% del totale mondiale di veicoli, mentre in Cina il 13%. Nel 2023 l’Europa ha prodotto quasi il 19% di veicoli. La Cina il 32%. La Germania rimane il mercato estero principale per la nostra regione – con un valore totale di 20 miliardi – ma la crisi si vede: -1.8 miliardi di euro di vendite nel 2023 Questa non è una “transizione”». Per questo agli occhi degli industriali lo stop alle auto “fossili” dal 2035 non sarà rispettato e sono a rischio «in Italia fino a 40mila posti di lavoro in tutta la filiera al 2030» con un calo di fatturato stimato in 7 miliardi nella componentistica. Se l’analisi dei sintomi è abbastanza comune tra i diversi attori coinvolti, non c’è la stessa sintonia sulla terapia; il mondo produttivo guarda a un rinvio della scadenza e a tutele comunitarie (anche dazi), anche di fronte alla crisi di giganti come Volkswagen e Audi, altri analisti ritengono che non si possa invertire il corso del tempo (già oggi in Cina metà delle auto vendute sono elettriche, milioni di veicoli) e ripetere gli errori del fotovoltaico o dell’eolico (dove il passivo commerciale è in aumento, di 2 miliardi nel 2023 per il primo e meno per il secondo, che però fino al 2021 era in attivo). La posta in gioco è evidente a tutti: non fare la fine della Kodak.
IL MODELLO Rispetto all’automotive e a tutte queste sfide Assolombarda è convinta di poter dire la sua anche in virtù dei risultati raggiunti. La Lombardia genera un quinto del Pil italiano, un quarto dell’export e del valore aggiunto industriale. Se confrontata con le dieci regioni comparabili (dalla Baviera al Baden-Wuttemberg, dalla Catalunya all’Ile de France, dal länder Nordrehin-Westfalen al dipartimento Rhône-Alpes) sarebbe al quinto posto per Pil e tasso di disoccupazione, al quarto per export, nonché l’economia in maggiore crescita tra il 2019 e il 2023 (+6.7%), col più marcato calo della disoccupazione (-28.8% e -10.5% tra gli under25). Rimanendo nel contesto nazionale, la Lombardia ha il primato per export, ma anche per diversificazione delle esportazioni, con una vocazione nei settori del “Made in Italy+” (meccatronica, moda, design-arredo, chimica e farmaceutica, seconda solo nell’alimentare).
A livello regionale poi Milano, Lodi, Monza e Brianza, Pavia (le “province” di Assolombarda) incidono per il 64.8% del valore aggiunto generato nei servizi,
per il 50.3% nell’export, per il 47.2% nelle costruzioni, per il 44.2% nell’industria, guardando all’export per il 68.2% di chimica e farmaceutica, per il 68.1% della moda, per il 51.7% di design-arredo, per il 41.6% dell’alimentare, per il 40.8% della meccatronica, mentre nel confronto con le regioni europee da sole sarebbero comunque ottave per export (quarte per crescita, +31%, superiore al dato lombardo), tra le migliori per disoccupazione (nel pavese -30.9% tra 2019 e 2023, ma quella giovanile resta alta al 19%, quart’ultima tra le pari grado europee).
Giuseppe Del Signore


