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«Ognuno sta solo sul cuor della terra». Ma quella che nel XX secolo era una solitudine esistenziale nel XXI si è affermata come quotidianità. A Milano già oggi il 55% delle persone vive in “famiglie” formate da un unico individuo: di fatto delle non famiglie se si considera che tanto il senso comune quanto la Costituzione attribuiscono a questa entità il ruolo di unità sociale minima. Se la famiglia come nucleo sociale o società naturale non esiste più – e Milano, capitale europea di chi vive da solo, anticipa i trend demografici in atto in tutta Italia, visto che secondo l’Istat
tra 20 anni quattro famiglie su 10 saranno costituite da persone sole
– è la società stessa a decomporsi perché mancano le molecole che dovrebbero darle forma, ridotte ad atomi. In altre parole «una società egoista, ma composta da ego fragili», come scrive il Censis nel rapporto “La tentazione del tralasciare” presentato ad aprile 2024. Una società della solitudine.
KODOKUSHI «Siamo tutti immersi in un grigiore, al 66.2% degli italiani non piace la società in cui vive, percentuale che sale drammaticamente al 72% tra i giovani e che scende con l’alzarsi dell’età», con la conseguenza che «solo il 15.3% degli italiani sente di appartenere pienamente a una comunità (famiglia esclusa) e il 42.5% ci si sente in parte, mentre il 32.1% non ci si sente e non gli interessa, percentuale che sale al 36% presso i giovani e scende al 27.6% presso gli anziani. Infine, il 10.1% del campione ammette che gli dispiace non sentirsi parte di una comunità. Più della metà dei giovani non si sente parte di una comunità e di questi 3 su 4 non ne sentono la mancanza». Il tema non è solo italiano: negli Stati Uniti si sentono soli 3 adulti su 5, lo è un terzo degli olandesi, in Svezia è la condizione frequente di un quarto della popolazione, il Regno Unito nel 2018 (governo May) aveva introdotto un ministero della Solitudine e oggi è uno dei pochi paesi al mondo ad avere politiche attive in quest’ambito, a partire dal cosiddetto “social prescribing” ovvero la prescrizione da parte del medico non solo di farmaci o accertamenti, ma anche di attività sociali (camminate, incontri, corsi, ecc). L’inglese ha due parole per esprimere questa condizione: “solitude”, che implica una consapevolezza dell’individuo e ha anche una connotazione positiva (nella vita si avverte l’esigenza di stare da soli in alcuni passaggi), e “loneliness”, che ha a che fare invece con l’emarginazione e con una realtà dunque non voluta, ma subita. Come racconta un’inchiesta condotta da Presadiretta in Giappone, lo stato più solitario del mondo tanto da aver spinto la municipalità di Tokyo a sviluppare un’app di incontri finalizzata al matrimonio e da indurre diversi anziani a farsi arrestare per non rimanere soli, c’è un termine anche per indicare la «morte per solitudine» (kodokushi).

CONSUMATORE SOLO Una parola che è entrata nell’uso perché questo tipo di morti sono sempre più diffuse, al punto che ci sono ditte specializzate nella pulizia delle “case-tomba” in cui queste persone trascorrono la vita senza contatti sociali. Secondo diversi economisti, dall’italiano Luigino Bruni alla britannica Noreena Hertz, si tratta di una conseguenza del modello economico occidentale, quella «società della prestazione» di cui scrive il filosofo Byung-Chul Han e di cui L’Araldo si è occupato la scorsa settimana. Sì perché in “The Lonely Century” (titolo di un saggio di Hertz) solitudine e stanchezza si tengono. Esiste già una “economia della solitudine” fatta di consegne a domicilio, streaming, servizi per chi vive da solo (amici a noleggio, robot da compagnia) e tutto ciò che serve a sostituire le relazioni con i prodotti per riempire la vita. «Siamo tutti consapevoli della crescente pervasività dell’indifferenza nel mondo – scrive il Censis – indifferenza verso gli altri, verso l’ambiente (tutti si lamentano, ma poi nessuno vuol rinunciare al suo stile di vita); eppure, quella stessa indifferenza, la stessa che si prova, sembra poi rivolta anche verso sé stesso». Infatti «dallo studio emerge un mondo in cui alla sovrabbondanza di mezzi corrisponde un deficit di fini» il quale si manifesta nella percezione di un’assenza poiché «il 54.3% di loro sente che qualcosa gli manca, qualcosa che i beni materiali non possono dargli». Nelle parole di papa Francesco (Fratelli tutti) «la vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza; ed è una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà. Al contrario, non c’è vita dove si ha la pretesa di appartenere solo a sé stessi e di vivere come isole: in questi atteggiamenti prevale la morte».

PRIVATO PRIVATO Una morte per “inazione”. Sempre il Censis certifica che se il 71.6% degli italiani si ritrova nell’affermazione “non ci sono cose che non si possono fare se uno lo vuole veramente”, questa volontà di potenza si abbina a un «totale disimpegno e disincanto verso il mondo e verso le proprie capacità di incidere nella storia» nella convinzione che «tutto sommato non ne valga la pena» (solo il 18% si rammarica di non aver fatto di più per gli altri contro il 63.8% di non aver messo a frutto di più i propri talenti). Allora dove si esprime questo volere-potere? Nel privato. Se il 7.1% non si alzerebbe mezz’ora prima per nulla al mondo, il 45.6% lo farebbe per le persone che ama e il 34.5% per se stesso. Una dimensione che a Milano è sempre più interpretata dall’urbanistica, come ad esempio Cascina Merlata, modello del “Perfetto stile neomilanese”, come sponsorizzano le vetrine dei palazzi. «Tu parcheggi sotto casa e hai l’ascensore che ti porta al tuo piano – racconta a Presadiretta Elena Granata, architetto e urbanista presso il Politecnico di Milano, membro del comitato scientifico delle Settimane sociali dei cattolici – Ti infili nel tuo appartamento, molto confortevole, ma in questo tragitto puoi non incontrare nessuno». La città si atomizza come la comunità: «Non ci sono i negozi – prosegue Granata – non ci sono funzioni pubbliche, non c’è la scuola, non c’è l’asilo, non c’è una chiesa, non c’è un centro civico. Tutte quelle cose che fanno la città. Siamo tornati a un’idea di città fatta di case, ma la città è quello che accade tra una casa e l’altra». Il modello è pensato
per un tipo umano, preciso, quel tipo di persone che lavora tanto, che nel proprio tempo libero non ha tempo per le relazioni sociali. Tante coppie o single qui cominciano a pensare che questa sia la vita, che la città sia questa. Finché le cose vanno bene, ma appena c’è un problema relazionale, psicologico, comunitario, allora lì quel modello diventa una gabbia.
SOLUZIONI Ecco perché non è solo un problema di filosofia o dei singoli, ma sociale. La solitudine costa e pesa su tutta la comunità, ad esempio assorbendo risorse che potrebbero essere destinate ad altre esigenze di welfare, come hanno capito nel Regno Unito attraverso il “social prescribing” per evitare il più possibile di “medicalizzare” la solitudine e ridurne l’impatto in termini di salute e di spesa sanitaria. Sì perché come scrive sul Corriere della Sera Claudio Mencacci (presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia), «oggi sappiamo che la solitudine pesa sulla salute, sul tasso di mortalità come 15 sigarette e 6 bicchieri di vino rosso al dì», ad esempio è associata a malattie cardiovascolari, ictus, diabete, tumori, depressione nonché a stili di vita negativi (sedentarietà, obesità, dipendenze), riduzione della dimensione dell’ippocampo, invecchiamento precoce e perciò «anche nel nostro Paese sarebbe quindi importante favorire iniziative coordinate di contrasto, di prevenzione, di screening e di tempestivi interventi visto l’alto impatto sulla salute pubblica. Questo anche in un’ottica di invecchiamento in salute. Bisogna incoraggiare i medici a considerare isolamento e solitudine come importanti fattori di rischio».
Giuseppe Del Signore

