La Miljacka scorre placida. Non è imponente, non lo è nulla in questa vallata in cui i rumori sembrano ovattati e le persone camminano tranquille. A Bascarsija, il mercato vecchio, nella piazza principale dominano i piccioni, di mattina presto le bancarelle sono chiuse e solo “Pekara Edin”, una panetteria aperta giorno e notte, e pochi altri locali sono già attivi. Non molto distante ci sono la moschea di Gazi Husrev e poi la cattedrale del Sacro Cuore (cattolica) e quella della Natività (ortodossa); sull’altra sponda del fiume la sinagoga. Per attraversarlo si può solcare il ponte Latino, passando all’angolo in cui il 28 giugno del 1914 è iniziato ufficialmente il Novecento, il Secolo Breve che però forse prosegue fino a oggi e così breve non è stato.

Sarajevo è bella ma non sorprende, a sorprendere semmai è che questa cittadina di poco più di 300mila abitanti sia stata crocevia della storia così tante volte: quando fu scelta come centro della provincia di Bosnia dall’impero ottomano proteso nel tentativo di conquistare l’Europa, interrottosi sotto le mura di Vienna, quando Gavrilo Princip assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia innescando la prima guerra mondiale, quando tra il 1992 e il 1995 fu sottoposta a un assedio di artiglieria e cecchini che causò circa 10mila vittime. Una sorpresa forse dovuta al fatto che l’Europa occidentale, dall’altra sponda dell’Adriatico (questa è una storia di sponde), guardò distrattamente alle guerre della ex Jugoslavia.
Quando Slobodan Milosevic – presidente della Jugoslavia e poi della Serbia – nel 1989 celebrava i seicento anni della battaglia della “Piana dei Merli” a Kosovo Polje (vittoria ottomana e mito fondativo dell’identità serba), scandendo davanti a un milione di serbi, nel Kosovo a maggioranza (80%) albanese, che «il Kosovo è Serbia», cadeva il muro di Berlino e nessuno voleva rovinarsi la festa per una regione da cui erano sempre provenuti problemi e che troppo europea non era (è) mai stata considerata. E quando nel 1990 la delegazione slovena, dopo un’accesa discussione con quella serba, abbandonava il Congresso federale della lega dei comunisti delle sei repubbliche jugoslave, l’Unione Sovietica si stava dissolvendo, come sarebbe stato dichiarato ufficialmente alla fine del 1991, mentre la Slovenia e la Croazia dichiaravano l’indipendenza (subito riconosciute dalla Comunità europea) e l’esercito jugoslavo (sempre più serbo) invadeva la seconda. Il cessate il fuoco fu imposto nel 1992 dall’Onu, ma in realtà il peggio doveva ancora venire. Lo stesso anno più del 60% dei bosniaci votò a favore dell’indipendenza. Sarajevo per la prima volta sarebbe stata una capitale autonoma, cuore di un paese in cui convivevano pacificamente un 50% di bosgnacchi (bosniaci musulmani), un 32% di serbi (ortodossi), un 18% di croati (cattolici) e una piccola comunità ebraica.
Sarajevo – ha raccontato il giornalista Paolo Rumiz – era il luogo dove la coesistenza tra le religioni era tale che nelle case dei cristiani si teneva una pentola che non aveva mai toccato la carne di maiale per poter essere usata nel caso venissero a trovarti degli ebrei o dei musulmani. Credo che niente più di questa pignatta dica della tolleranza di questo mondo.
Una tolleranza che oggi sarebbe utile in Europa e che fu spazzata via in 4 anni di guerra e oltre 100mila morti, quasi tutti civili. A Sarajevo ne restano le tracce: i muri hanno i fori dei proiettili, per strada capita di incappare nelle “rose”, macchie di vernice rossa che sembrano sangue più che un fiore; perché lo sono, segnalano punti in cui i cecchini hanno ucciso qualcuno che passava per caso. Verso l’aeroporto il tunnel sotterraneo Spasa ricorda il percorso che migliaia di residenti fecero per scappare, la pista olimpica da bob del Trebevic ricorda sia uno dei momenti più felici (le olimpiadi invernali del 1984) sia una delle postazioni dell’artiglieria. Nel Municipio – bombardato e ricostruito – c’è l’aula del tribunale dell’Aja (trasportata dall’Olanda) dove si svolse il processo per crimini di guerra, il primo dopo Norimberga in Europa, con condanne per pulizia etnica, genocidio, crimini contro l’umanità a carico tra gli altri di Karadzic e Mladic (serbo-bosniaci), Oric (bosgnacco), Praljak (croato); Milosevic morì in cella in attesa di giudizio.

Ma per scrutare in fondo alla notte jugoslava occorre andare più a nord, nella “Repubblica Srpska”, una delle entità in cui è divisa la Bosnia dopo gli accordi di Dayton, che nel 1995 hanno sì raggiunto la pace, ma anche cristallizzato la divisione etnica; di qua croati e bosgnacchi (che pure si sono combattuti tra loro), di là i serbi per un paese che è tripartito perfino nelle istituzioni. Solo visitandola si può capire: si svolta una strada e si cambia stato con bandiere e cartelli ad avvisare, perché la “Repubblica di Serba di Bosnia” è di fatto uno stato nello stato. Eppure i confini ci sono e sono scavati sul corpo delle persone: spingendosi a nord si arriva tra due altri fiumi, lo sconosciuto Cicevac e la Drina, che segna il confine tra Bosnia e Serbia. Lungo il primo si snoda la cittadina di Srebrenica, che nel luglio del 1995 fu teatro del primo genocidio europeo dopo quello degli ebrei di mezzo secolo prima. Tra i 7mila e gli 8mila civili bosgnacchi furono uccisi in maniera deliberata sotto gli occhi del contingente olandese dell’Onu. A ordinare lo sterminio e dirigere le operazioni Ratko Mladic, che l’11 luglio entrò nell’enclave in cui si erano rifugiati decine di migliaia di profughi, circondati dalle truppe serbo-bosniache, dietro la promessa di protezione delle Nazioni Unite.
Mentre accarezzava sorridente un bambino rassicurò che la popolazione sarebbe stata trasferita altrove; le donne e i più piccoli furono caricati su dei pullman (non mancarono stupri e violenze), ma rimasero gli uomini, in teoria quelli dai 18 anni in su, in realtà le fosse comuni hanno dimostrato che a essere uccise furono persone dai 13 ai 77 anni. Perché a 30 anni di distanza occorre guardare a Srebrenica e Sarajevo? Perché i conflitti jugoslavi svelano l’illusione degli anni Novanta, quella della “fine della storia” e di un mondo avviato a un progresso illimitato sotto l’egida della “pax americana”. L’ultima tappa fu il Kosovo, che voleva l’indipendenza e dove le violenze serbe nel 1999 furono fermate con l’impegno diretto della Nato e il bombardamento di Belgrado. Un’operazione a cui anche l’Italia partecipò e che non fu autorizzata da un mandato esplicito dell’Onu. Nell’ottica dei decisori probabilmente si trattava di chiudere il Novecento e la guerra fredda per inaugurare il nuovo millennio, in realtà l’intervento è diventato un precedente che lega entrambi i secoli.

Putin lo ha usato per giustificare la richiesta di indipendenza di un’altra regione da un altro stato, il Donbass dall’Ucraina, arrivando a ispirarsi alla costituzione kosovara, sempre in Russia e altrove (tra gli altri Israele) è diventato un modello per agire al di fuori del consenso internazionale. A sud di Sarajevo c’è la città dei «Guardiani del ponte», i “mostari”. Lo “Stari Most” era il ponte vecchio di Mostar; è stato ricostruito ed è patrimonio Unesco. Fu bombardato e distrutto dai croati per separare il loro quartiere da quello bosniaco e condannarne i residenti a un inverno senza acqua e cibo. Ricostruire si può, ma prima bisogna scavare tra le macerie. «Dovremmo una volta tanto ammettere che abbiamo fallito – ha scritto sempre Rumiz – e che l’Europa è diventata balcanica prima che i Balcani diventassero Europa. L’intolleranza verso i poveri, i deboli, i diversi e gli sconfitti è diventata pensiero dominante. “Chi ha fatto il turno di notte per impedire che si fermi il cuore del mondo?”, così scriveva il poeta bosniaco Izet Sarajli? durante i bombardamenti su Sarajevo. È una domanda che trent’anni dopo rivolgo a me stesso, e la risposta è: “nessuno”».
Giuseppe Del Signore


