Mappamondo / Primavera araba, ciò che resta

Sono trascorsi quasi quindici anni da quel 17 dicembre 2010, quando a Sidi Bouzid, un remoto villaggio della Tunisia, un giovane venditore ambulante si diede fuoco per protestare contro le vessazioni delle autorità locali.

Il suo gesto accese una scintilla che si trasformò rapidamente in una rivolta popolare: migliaia di tunisini scesero in piazza chiedendo una vita più dignitosa, meno tasse, meno corruzione e la fine di un sistema politico gerontocratico. Il presidente Ben Ali, al potere dal 1987, fu costretto alla fuga. La stabilità durò poco: il paese oggi vive una grave crisi economica e politica. Ad ogni modo, l’ondata rivoluzionaria iniziata in Tunisia si propagò presto nel resto del mondo arabo, con esiti spesso drammatici. In Libia, la rivolta degenerò in guerra civile. Gheddafi, al potere da oltre quattro decenni, fu catturato e ucciso mentre cercava di fuggire.

Da allora, il paese è precipitato in un conflitto endemico tra milizie rivali.

In Egitto, dopo la deposizione di Mubarak, le prime elezioni portarono al governo Mohamed Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana. La sua presidenza fu però di breve durata: un colpo di Stato lo rovesciò, riportando al potere, come spesso accade da quelle parti, un generale dell’esercito. In Yemen, la caduta del presidente Saleh innescò un sanguinoso conflitto per procura, in cui le forze governative, sostenute dall’Arabia Saudita, si scontrano ancora oggi con i ribelli houthi, appoggiati dall’Iran. Il paese è diventato uno dei fronti più cruenti dello scontro tra sunniti e sciiti, aggravato di recente dalla dinamica regionale innescata dalla guerra a Gaza e dalle tensioni tra Israele e Iran. Ma è forse la Siria ad aver pagato il prezzo più alto. Governata per mezzo secolo dalla dinastia Assad con mano di ferro, nel 2011 scoppiò una guerra civile che ha devastato il paese, provocando centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

Solo tredici anni dopo si è arrivati a una soluzione apparente del conflitto, con l’uscita di scena di Bashar al-Assad e l’ascesa al potere di un leader jihadista, inaspettatamente riconosciuto dalla comunità internazionale come interlocutore credibile. La Primavera araba, nata con speranze di libertà e giustizia, ha lasciato un paesaggio frammentato, con conflitti e nuove forme di repressione. Il sogno di un risveglio democratico è ancora lontano dal realizzarsi.

Matteo Re, docente dell’Università di Madrid

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