Il Racconto / Una notte lunga un anno

La sera il seminario sembrava trattenere il fiato. Luca, solo da mesi tra quelle mura che odoravano di incenso vecchio e legno umido, aveva quasi imparato a parlare con gli scricchiolii, a riconoscere il passo delle ore come un rosario lento. Quando gli dissero che sarebbe arrivato un nuovo seminarista, una specie di tepore gli si spalancò nel petto: finalmente un’altra voce, un altro respiro umano da intrecciare al suo. Lo incontrò una sera nel corridoio che portava alla biblioteca, dove la penombra si appoggia alle pareti come una preghiera interrotta. Il ragazzo era magro e sorridente, con gli occhi scuri che sembravano sapere già troppo.

Sono arrivato da poco… tutto qui è un po’ più grande di quanto immaginassi,

disse con una voce lieve, quasi musicale. E Luca, che da tempo desiderava solo qualcuno con cui scambiare due parole, si ritrovò a parlare liberamente: di studio, di notti insonni, di un cielo che sul tetto del seminario sembrava più vicino. Si salutarono con naturalezza, come se si fossero conosciuti da sempre. «Domani avremo tempo per parlare ancora», disse il ragazzo, e scomparve dietro la porta del dormitorio. Ma il mattino dopo, quando il rettore accompagnò il nuovo arrivato — un giovane robusto, con la valigia ancora impolverata e l’aria confusa di chi ha perso un treno — qualcosa nella realtà fece un passo indietro. «Scusa… ieri sera non eri qui?», balbettò Luca alquanto perplesso. «No, sono arrivato solo ora. Davvero, ho dormito in stazione. Una notte da dimenticare».

Luca sentì un gelo sottile arrampicarsi lungo la schiena, come dita invisibili. Fu solo più tardi, quando provò a chiedere informazioni al custode — un anziano che sembrava fatto della stessa pietra del chiostro — che il velo si lacerò del tutto. «Mah… da queste parti nessuno gira la sera, da quando è successa quella tragedia». «Di cosa parla?» Il vecchio alzò lo sguardo, lento come un pendolo che s’arresta. «Un seminarista. Un bravo ragazzo…Leucemia fulminante. Se n’è andato nel giro di nemmeno una settimana, esattamente un anno fa». Luca restò fermo, come se le parole gli avessero spostato l’aria intorno. E nella sua memoria, improvvisamente, la voce del giovane della notte precedente si incrinò, brillando di una malinconia che non aveva notato. Un sorriso gentile. Due occhi scuri che sapevano già troppo. E una promessa — “Domani avremo tempo per parlare ancora” — che ora suonava come un addio tardivo, scivolato da un’altra riva. Il corridoio, quella sera, sembrava più lungo. E il seminario, di nuovo, tornò a trattenere il fiato.

Davide Zardo

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