Osservatorio 19-06 / La carne del Vangelo

«Leggere il Vangelo sulle pietre». È un’espressione che accompagna da sempre i pellegrinaggi in Terra Santa e che custodisce un significato molto più profondo di quanto possa apparire a una prima lettura. Certamente quelle strade, quei villaggi, quei paesaggi aiutano a comprendere meglio le pagine evangeliche. Ma il loro valore non sta semplicemente nel fatto di essere stati scenario di eventi accaduti duemila anni fa. Quelle pietre raccontano qualcosa di molto più grande: un Dio che ha scelto di entrare nella storia.

Il cristianesimo, infatti, non nasce da un’idea, da una filosofia o da un sistema morale. Nasce dall’Incarnazione. Nasce da un Dio che assume una carne, una lingua, una terra. Un Dio che accetta di condividere il cammino degli uomini, di percorrere strade polverose, di sostare nelle case, di lasciarsi incontrare lungo i sentieri ordinari della vita. Quelle pietre sono importanti non tanto perché conservano il ricordo di Gesù, ma perché testimoniano una verità decisiva: Dio ha preso sul serio la storia umana fino ad abitarla. Ed è qui che quell’antica espressione rivela tutta la sua forza. Le pietre della Terra Santa non sono la meta del pellegrinaggio cristiano. Sono il suo apprendistato. Insegnano a riconoscere il passaggio di Dio nella concretezza della vita. Educano lo sguardo a cercare le tracce del Signore non solo nei luoghi della memoria, ma nei luoghi dell’esistenza.

Da quando il Verbo si è fatto carne, nessuna storia umana è più soltanto umana. Questa è forse una delle conseguenze più sconvolgenti dell’Incarnazione.

Se Dio ha voluto manifestarsi dentro una vicenda concreta, allora ogni vicenda umana può diventare il luogo di una rivelazione. Non nel senso di eventi straordinari o prodigiosi, ma nel senso che le grandi parole del Vangelo continuano a prendere corpo nella vita degli uomini. Forse il rischio più grande del nostro tempo è cercare Dio dove è più facile trovarne l’idea e meno dove Egli ha scelto di rendersi presente. Cerchiamo definizioni, mentre Lui continua a donarci volti. Cerchiamo spiegazioni, mentre Lui continua a parlarci attraverso incontri, ferite, attese, riconciliazioni, ripartenze. Così il perdono evangelico prende il volto di chi trova il coraggio di ricucire una relazione spezzata. La risurrezione si lascia intravedere in chi rialza la testa dopo una sconfitta che sembrava definitiva. La misericordia diventa concreta nelle mani di chi si prende cura di una fragilità. La conversione si manifesta ogni volta che una persona sceglie di ricominciare. La questione decisiva è allora imparare a guardare. Con uno sguardo capace di riconoscere che Dio continua a scrivere dentro la trama ordinaria dell’esistenza. Il cristiano non è anzitutto un archeologo del sacro, impegnato a custodire le tracce di un passato lontano. È un esploratore della presenza di Dio nel presente. È colui che cerca le impronte del Vangelo nella vita concreta delle persone, nelle loro domande, nelle ferite, nelle speranze. Forse il pellegrinaggio più impegnativo non è quello che conduce verso luoghi lontani. È quello che porta incontro ai fratelli. Perché è lì che l’Incarnazione continua a mostrare la sua forza. È lì che la Parola continua a farsi carne. È lì che il Vangelo continua a essere scritto. E forse il credente maturo è proprio colui che, dopo aver imparato a leggere il Vangelo sulle pietre, sa riconoscerlo anche nelle pietre vive che incontra ogni giorno sul suo cammino.

don Carlo Cattaneo

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