Le vacanze, più che un diritto, sono un dovere. Un atto di carità e di cura che dobbiamo al nostro corpo e alla nostra mente, così pesantemente provati da un anno di lavoro, di appuntamenti, di orari, di pressioni di ogni tipo. Qualunque sia la professione o la scelta di vita, è innegabile che, oggi più di un tempo, l’assedio a cui siamo sottoposti da più fronti, in quella che possiamo definire una giornata, una settimana o un mese tipo dell’italiano medio, possa minare seriamente l’equilibrio e la lucidità, producendo conseguenze poco piacevoli.
Per avere conferma della verità di questa affermazione basta osservare chi, per ragioni economiche o per doveri sociali, è impossibilitato a fare una sosta. La qualità del lavoro, le sue condizioni e perfino il prodotto ne risentono grandemente. Quando poi si tratta di una professione più intellettuale che fisica, le conseguenze possono essere devastanti. Ne può fare esperienza chiunque, sotto l’ombrellone o nel fresco di una pineta profumata, abbia la sorte di aprire un quotidiano, un settimanale o una rivista, nazionale o locale, in quei mesi estivi che, anche per chi scrive, dovrebbero vedere le penne riposte nel cassetto e i computer spenti. Certo, se la missione di informare e di aprire finestre sul mondo è appassionante e può diventare una vocazione da vivere 365 giorni l’anno, è altrettanto innegabile che il timore della pagina vuota e degli spazi da riempire produca effetti che, usando un eufemismo, si potrebbero definire singolari.
Tutto, in estate, diventa una notizia. Pettegolezzi e avvenimenti che durante l’anno ogni buon redattore scarterebbe nel cestino delle facezie, in quella delicata e lunare fase dell’anno che va da fine luglio a tutto il mese di agosto, vivono un improvviso “scatto di carriera”, assurgendo, se non alle prime pagine, a una posizione decisamente sproporzionata rispetto al loro contenuto. È così che avvistamenti alieni, statue che piangono e teorie del complotto prendono piede, investendo tutti i campi, dalla politica alla cronaca. I gesti della vita quotidiana, come l’andare a fare la spesa o il partecipare alla Messa, acquistano improvvisamente risalto quando ad esserne protagonisti sono quei volti e quei nomi che durante l’anno hanno fatto parlare di sé e ai quali, chissà perché, sembra doversi negare, perfino in estate, un po’ di sana normalità.
Del resto, c’è da capirlo: il lavoro del giornalista è duro e la tentazione di creare la notizia quando manca il materiale è sempre dietro l’angolo.
Tuttavia, un po’ di sana lettura e di conoscenza del mondo basterebbe a fornire spunti e contenuti magari non pruriginosi, ma sicuramente capaci di contribuire a quella formazione dell’intelligenza che, anche a mezzo stampa, non guasta mai. Forse, troppo abituati allo stile dei social, che impone ritmi incalzanti, continue novità e sensazionalismi capaci di stimolare ogni appetito, e con la complicità del caldo che certo non aiuta la riflessione, anche il mestiere di raccontare la vita finisce per risentirne pesantemente. Fuori di battuta, il problema è serio. L’esigenza delle scadenze e il rispetto del calendario redazionale non possono mai prevalere sul dovere, nei confronti dei lettori, di accompagnarli attraverso le parole a fare quel passo in più nel cammino di maturazione di una coscienza critica.
È anche questo, in fondo, uno dei compiti propri della professione giornalistica. E perfino quando l’intrattenimento prevale sull’informazione, non può essere oltrepassato quel limite al di là del quale si rischia di smarrirsi nella landa desolata dei luoghi comuni, delle mezze verità e delle notizie costruite per il solo bisogno di esserci. Quando raccontare diventa impossibile perché non c’è nulla da dire, e formare è troppo oneroso e poco remunerativo, forse il fascino di una pagina bianca assume un richiamo persino più accattivante. E la meritata vacanza cui ogni lavoratore ha diritto diventa allora un dovere, come si diceva all’inizio, al quale è davvero troppo dispendioso sottrarsi.
don Carlo Cattaneo


