Scuola, rappresentanti di chi?

Siamo ormai alla vigilia delle elezioni per il rinnovo delle rappresentanze negli organi collegiali delle scuole, un appuntamento che per decenni ha rappresentato uno dei momenti importanti di partecipazione democratica alla vita studentesca e familiare. Ma oggi, alla prova dei fatti e del tempo, quanto sono ancora utili e attuali questi organismi? Ha ancora senso parlare di rappresentanza all’interno degli istituti scolastici o siamo di fronte a una pura formalità burocratica?  Oggi la realtà scolastica è profondamente mutata, sovraccaricata  da valutazioni ministeriali, dati Invalsi e complesse rendicontazioni. Un’evoluzione che mette a dura prova l’impostazione originaria e spinge a chiedere una profonda rivisitazione dell’intero sistema. 

IL DIRIGENTE Per Alberto Panzarasa, dirigente scolastico del Liceo Cairoli, l’impalcatura stessa degli Organi collegiali mostra i segni dell’età di fronte ai nuovi sistemi di misurazione delle performance. «Tutta l’organizzazione degli Organi collegiali – spiega – in effetti è stata pensata in un contesto storico e sociale completamente diverso da quello attuale. La struttura andrebbe rivista proprio per conciliarla con tutte le normative che negli ultimi vent’anni si sono succedute sulla valutazione del sistema scolastico e sulla misurazione delle performance. Da un lato il modello di governance democratico introdotto nel 1974 con rappresentanza di tutte le componenti della comunità educante è assolutamente condivisibile – aggiunge Panzarasa – dall’altro gli organi collegiali vanno maggiormente responsabilizzati. Il sistema democratico funziona solo ed esclusivamente se c’è condivisione delle responsabilità nelle scelte che si fanno, non funziona se le scelte vengono effettuate in modo democratico ma ne risponde solo il dirigente che le deve attuare».

LA PROF A fargli eco è Caterina Cotta Ramusino, docente di filosofia e vicepreside dello stesso  istituto, che sottolinea l’attualità dell’idea di fondo, pur evidenziando come i tempi moderni abbiano attenuato l’entusiasmo della partecipazione e rafforzato il peso delle decisioni tecniche.  «L’idea di una scuola partecipata, “luogo” di incontro e di confronto tra tutte le sue componenti – sottolinea – è un’idea per nulla superata e di indiscussa attualità: ragazzi e famiglie non sono meri destinatari di un progetto educativo, ma devono sentirsi parte integrante di tale progetto e condividerlo. Gli organi di cui la scuola dispone, tuttavia, non sempre sono all’altezza del compito loro assegnato». La docente del Cairoli fa inoltre notare la perdita di attrazione della dimensione collettiva. A parte il Collegio docenti, che resta un luogo di confronto e di autentica condivisione – dice – i Consigli di classe e il Consiglio di istituto danno, in effetti, qualche segno di stanchezza. La scuola ha a che fare con prove standardizzate, con statistiche provinciali, regionali e nazionali e persino i Dirigenti ricevono una valutazione sulla base dei risultati dei loro studenti. Tutto questo rafforza il peso delle scelte “degli addetti ai lavori” e rende più difficile la dimensione democratica. D’altra parte, da diverso tempo, gli organi collegiali hanno indiscutibilmente perso il vecchio “appeal”: i genitori sono più inclini a contattare la scuola per motivi personali, a tutela delle esigenze dei propri figli, piuttosto che disposti a esercitare un ruolo collegiale e sociale all’interno della comunità educante. E anche questo è un segno dei tempi.» 

LA STUDENTESSA Dalla prospettiva dei banchi di scuola emerge una viva richiesta di concretezza e coinvolgimento reale, piuttosto che di formale ratifica. Linda Delorié, studentessa al quinto anno del liceo scientifico, descrive lucidamente il rischio di vedere la propria presenza ridotta a un semplice atto dovuto. «Se dobbiamo essere sinceri – sottolinea –  oggi noi studenti ci percepiamo più come spettatori che come veri interlocutori. Troppo spesso veniamo chiamati ad approvare progetti, regolamenti o il Piano triennale dell’offerta formativa  quando le decisioni sono già state ampiamente prese altrove. Il modello di scuola democratica nato nel 1974 è straordinario in teoria, ma nella realtà quotidiana la presenza degli studenti rischia di ridursi a un semplice passaggio burocratico». L’idea degli studenti è quella di cambiare: «Cosa cambieremmo subito per far funzionare davvero questi organismi? Il momento in cui veniamo coinvolti. Non serve chiederci un parere quando le proposte sono già blindate. Chiediamo di spostare la nostra partecipazione dall’approvazione finale alla fase iniziale di ideazione, creando magari tavoli di confronto informali tra rappresentanti, docenti e dirigenza prima delle sedute ufficiali. Non chiediamo di sostituirci a chi ha la responsabilità di guidare l’istituto, ma che il nostro ruolo non sia una semplice casella da spuntare su un verbale». 

IL GENITORE La figura del genitore, un tempo propensa ad assecondare con reverenza le scelte scolastiche, è fortemente evoluta verso una maggiore richiesta di trasparenza ed efficacia. Elisa Signoretto, rappresentante dei genitori degli studenti del liceo classico e scientifico, evidenzia il ruolo fondamentale, ma perfetto solo a metà, del Consiglio di istituto. «La figura genitoriale – precisa – è molto mutata negli anni, e di conseguenza il rapporto delle famiglie con le istituzioni scolastiche: oggi è considerato naturale e dovuto un interesse approfondito verso la vita al di fuori delle mura di casa dei propri figli. Vi sono casi virtuosi, dove la collaborazione ha portato al miglioramento per alunni, famiglie e docenti del rapporto di cooperazione tra le parti. Oggi il Consiglio di istituto serve proprio a conciliare questi due mondi ed è parte attiva nella mediazione tra la scuola idealizzata e immaginata dalle famiglie e le possibilità reali di attuazione consentite al corpo docente dalle norme ministeriali». Signoretto individua inoltre un punto chiave per rendere più fluida la partecipazione:  «Sicuramente ci sono margini di miglioramento, soprattutto per quanto riguarda la ratifica delle proposte approvate dal Collegio docenti, che spesso non sono nella pratica modificabili nonostante la normativa lo consenta, dove un’interfaccia più fluida e meno rigida tra collegio e consiglio consentirebbe una reale condivisione delle decisioni e la possibilità di apportare un reale contributo che sia un valore aggiunto». 

Isabella Giardini

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