Rabbia / La marcia dei “senza futuro”

La sensazione di essere troppo controllati, tanto che a qualcuno è stato chiesto dove dovesse andare, che treno avesse preso e il nickname dei propri account social,  la rabbia come un vuoto di ascolto, che nasce quando un bisogno profondo, un confine violato o una richiesta di attenzione non vengono riconosciuti né da noi stessi né dagli altri. «Mi hanno chiesto il numero di treno che ho preso e i miei profili social».

ADDIRITTURA I SOCIAL È ciò che è successo il 24 ottobre a Emanuele Falzoni, ex studente vigevanese, alla stazione di Porta Garibaldi: «Viaggiavo con uno zaino contenente alcuni cartoncini con degli slogan – racconta – mentre il mio abbigliamento era del tutto ordinario e inidoneo a destare qualsiasi preoccupazione per l’ordine pubblico. Nonostante ciò, appena sceso dal treno sono stato fermato da un gruppo di quattro o cinque agenti di polizia, ai quali ho prontamente fornito i documenti d’identità. Subito dopo, mi è stato intimato di seguirli presso gli uffici della Polizia Postale situati all’interno della stazione, dove sono stato sottoposto a perquisizione personale, allo svuotamento completo dello zaino e al controllo minuzioso dei vestiti in esso contenuti. Durante le operazioni mi sono state chieste le generalità, il numero del treno preso, la destinazione e il motivo dello spostamento – domande, queste ultime relative alle mie intenzioni, a cui ho scelto di non rispondere –

e infine mi è stato chiesto di indicare i profili social e i relativi nickname, prima che mi venissero scattate delle foto per poi dirmi che potevo andare via.

Controlli, controlli e qualcuno sembra spazientirsi. Un altro  ragazzo vigevanese in attesa di prendere il treno per Milano nel primo pomeriggio di sabato ha aperto lo zaino su richiesta di alcuni poliziotti.

NON SO CHE FARE Sembra spazientito, scocciato, ma superato un primo momento di diffidenza (subito dopo essere stato controllato dalle forze dell’ordine, un giornalista gli vuole fare qualche domanda sulla rabbia e su cosa pensa delle proteste di queste settimane, a volte diventate violente) si racconta: «Io non amo essere particolarmente controllato, voglio essere indipendente, senza che nessuno mi dica cosa devo o non devo fare». Capelli rossi, uno stile da rockettaro, va a Milano con la sua chitarra per suonare in Duomo. Ha un’indole ribelle e una postura sicura, almeno a prima vista: «Io non so che fare, vorrei vivere di musica, ma è impossibile». E così scende in piazza Duomo per suonare, mentre polizia ed esercito presidiano tutto. Sembra tutto sotto controllo. È tutto pattugliato, forse

troppo, sembra di essere sul set di un film — afferma una studentessa di Lettere che lavora alla Mondadori — è giusto che chi sbaglia venga segnalato, ma forse occorre capire quali sono le cause della nostra rabbia.

SENZA ASCOLTO Da una parte insomma la sicurezza, le forze dell’ordine che intensificano i controlli e, proprio in quei momenti concitati, vengono fermati alcuni ragazzi con il volto parzialmente coperto da passamontagna e zaini sospetti. Dall’altra il racconto di chi denuncia un mancato ascolto. In piazza Castello, ecco un corteo spontaneo, inizialmente di 500 ragazzi,  diventati poi circa 10mila di sera. Stipendi bassi, lavori precari, e la necessità di essere ascoltati. Sono i motivi della rabbia di coloro che hanno preso parte alla manifestazione, andata avanti fino a sera. Al corteo, conclusosi davanti al Politecnico, era presente anche Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in Regione, pronto a correre per la candidatura a sindaco di Milano per il centrosinistra.

Edoardo Varese

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