Quale è stata la ragione che l’ha spinta a iscriversi al concorso per diventare Dirigente scolastico?
«Insegnavo Fisica da circa dodici anni e allo stesso tempo avevo iniziato a occuparmi della gestione di progetti con finanziamenti importanti. Proprio questa esperienza mi ha fatto apprezzare l’aspetto gestionale e organizzativo e quando è uscito il concorso l’ho visto come un’opportunità. Non avevo del tutto considerato che, in caso di successo, non avrei più insegnato e che anche quello mi piaceva molto».
Lei è laureato in Fisica e, oltre a insegnarla, è anche cultore della materia: quali strumenti usa, della fisica, nel suo lavoro e perché?
«In questo tipo di percorso impari ad affrontare problemi complessi, a trovare soluzioni che non sempre possono essere esatte e in alcuni casi devono essere “la migliore possibile”. Tutte le tecniche che ho imparato e l’utilizzo quotidiano del metodo scientifico sono alla base del mio operato, e dopo dieci anni che faccio il dirigente posso dire che funziona».
Ha insegnato in molte scuole: in quali si è trovato più a suo agio nello svolgere il ruolo di professore?
«La mia scuola del cuore è l’Istituto Cossa di Pavia, ci arrivai nel 2010 un po’ demotivato, ma dopo i primi mesi di ambientamento posso affermare che sono stati quattro anni stupendi, di formazione, in tutti i sensi. Ricordo il bel clima di lavoro, i grandi rapporti umani e professionali coi colleghi. È stato sicuramente un trampolino di lancio per preparare il concorso da dirigente».
Cosa significa fare il dirigente scolastico in una scuola superiore, oggi, un momento nel quale il ds è anche chiamato a ruoli e compiti che esulano da quelli propriamente “canonici”?
«È proprio così: è un lavoro molto complesso e colgo l’occasione per provare a spiegarlo. Bisogna avere grandi competenze di gestione del personale, capacità amministrative, preparazione nel settore del diritto scolastico ma anche in tutte le tematiche legate alle pubbliche amministrazioni. A questo si deve unire competenza nella didattica e nella gestione degli alunni. Il tutto richiede doti di equilibrio personale e grande passione per quello che fai. Lo scopo del lavoro che stai facendo è rendere un periodo complicato come l’adolescenza, un trampolino di lancio verso la vita».

È dirigente scolastico del liceo dal 2017: sicuramente ha assistito a tanti cambiamenti. Quali l’hanno maggiormente colpita?
«In questi dieci anni siamo passati da circa 700 studenti a 1150, un aumento enorme legato anche all’apertura del liceo linguistico, ma non solo. Quando sono arrivato nel 2017 non mi sarei mai aspettato un’evoluzione simile: si tratta di un cambiamento davvero molto significativo».
Il liceo si è anche aperto alla collaborazione con i club di service: come pensate di utilizzare questa esperienza?
«Da anni collaboriamo attivamente con i principali club di service. Penso sia un arricchimento bidirezionale, abbiamo anche un club Interact interno costituito da una decina di alunni che sono chiamati a progettare attività per la scuola e il territorio. È stimolante e produce ottimi risultati».
Anche “Vigevano nel tempo”, sito e canale YouTube, è il segno della trasformazione del liceo.
«“Vigevano nel tempo” nasce tanti anni fa da un’idea bella e geniale di Carlo Stagnoli, ex direttore RAI, e da un progetto finanziato dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano. Lo scopo era raccontare Vigevano e il suo territorio nei secoli con materiali multimediali. Era stato realizzato per la fruizione in modalità offline e noi, con un gruppo di nostri alunni, l’abbiamo reso fruibile tramite un sito e un canale YouTube. Ora gli sviluppi in cantiere sono la proposta al Comune di farne un progetto di realtà aumentata e l’idea di renderlo multilingue».
Ci sono stati dei momenti di scoramento nei quali ha pensato “ma cosa mi è venuto in mente?”
Assolutamente sì! Tante volte mi capita di pensarlo, poi penso al fatto che è un lavoro complesso che mi piace molto e con tanti momenti di soddisfazione. I momenti difficili vanno gestiti e si riparte di slancio.
Quale è il ricordo più bello di questi anni di presidenza? E quello meno piacevole?
«Parlo solo delle cose belle anche perché quelle brutte sono legate a particolari momenti di sconforto nell’affrontare la quotidianità di questo lavoro. Tra i ricordi più belli ho la progettazione e la nascita del Liceo Linguistico, la realizzazione e l’inaugurazione della Biblioteca dell’Istituto dedicata al preside Giuseppe Branca, l’aula multimediale dedicata alla memoria della professoressa Venghi. Li ricordo con piacere perché sono stati un grande rinnovamento per il Liceo e richiedono visione, idee, capacità di progettazione e di rinnovamento degli spazi della didattica».
La scuola sta attraversando momenti di trasformazione, assestamento… ce la farà? Cosa sarà costretta ad abbandonare?
«È un momento molto complesso perché in ogni ordine di scuola abbiamo classi con alunni sempre più eterogenei tra loro e questo mette in serie difficoltà il docente nel pensare e realizzare una lezione proficua per tutti. In questo momento la rigidità del sistema scolastico italiano fatta dalla classe coi suoi docenti e con un programma ben definito è a mio avviso inadeguata a gestire questa complessità. Forse andrebbe ripensata l’autonomia scolastica lasciando più margine di flessibilità organizzativa».

C’è qualcosa che, se fosse Ministro all’Istruzione, introdurrebbe o abolirebbe, subito?
«A mio avviso andrebbe rivista l’autonomia scolastica scritta e datata 1999. Il concetto di autonomia mi trova assolutamente favorevole, ma si dovrebbero dare gli strumenti per poter organizzare una istruzione più flessibile con più attività non legate al gruppo classe e monitorare attentamente risultati e operato degli istituti con un sistema efficace di controllo e intervento».
La scuola di adesso le piace oppure, se ci pensa, non trova ci siano tanti motivi per essere ottimisti?
Io sono di natura ottimista anche se mi accorgo che la scuola italiana è in un innegabile affanno. Sicuramente siamo in un momento difficile ma penso il sistema scolastico abbia in sé le energie per affrontare il contesto.
Ha davanti a lei un alunno di terza media: perché dovrebbe iscriversi al liceo?
«L’iscrizione alla scuola superiore è la prima grande scelta che l’alunno e la famiglia devono fare insieme. I percorsi liceali sono pensati per l’Università, quindi si deve ragionare su una carriera di studi un po’ più lunga prima dell’inserimento nel mondo del lavoro. Si richiede una propensione allo studio, alla curiosità per il mondo che ci circonda, alla voglia di approfondire e di imparare. Se ci sono queste qualità la scelta del liceo è sicuramente la migliore possibile».
Quale è l’aspetto che reputa maggiormente gratificante del suo lavoro?
«La possibilità di ragionare sui percorsi formativi e di progettare attività per migliorarli. Riflettere coi docenti su ciò che si potrebbe fare per migliorare l’ “esperienza scuola” degli alunni e realizzare queste attività… in una parola sperimentare nuove vie. Questo mi gratifica e mi piace molto».
Isabella Giardini



