L’Intervista / Daniele Sabaino, dentro la musicologia

Sabaino, la sua dedizione alla ricerca e all’insegnamento ha lasciato un’impronta significativa nel campo della musicologia, rendendolo una figura di spicco nel panorama accademico italiano. Che differenza c’è tra musica e musicologia?

«La musica è un’arte operativa, un sapere concreto e allo stesso tempo un’attività spirituale. È un fenomeno complesso che coinvolge sia le scienze matematiche e fisiche sia le discipline umanistiche e sociali. È una realtà fisica (onde sonore che vibrano nell’aria) e un’esperienza fisiologica (la percezione dei suoni) che ha riflessi psicologici per le emozioni che suscita, culturali per la varietà dei suoi linguaggi e generi, storici per la sua evoluzione nel tempo, sociali per le funzioni che svolge nei diversi contesti, estetici come forma d’arte e pedagogici per il ruolo che svolge nello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale della persona. È insomma qualcosa che coinvolge l’essere umano nella sua totalità, e che proprio per questo entra in dialogo con tutti i saperi. La musicologia è precisamente la disciplina che media quel dialogo: è ciò che mette in relazione la musica “realtà fisica che esiste solo nel momento della sua esecuzione” con tutte le dimensioni storiche, sistematiche e antropologiche che afferiscono all’esperienza musicale».

Se volessimo fare un paragone un po’ audace, potremmo dire che fra musica e musicologia esiste un rapporto simile a quello che esiste fra Dio e la teologia: l’uno è la realtà in sé, l’altra è lo studio di quella realtà.

Un musicista può anche non essere musicologo. Ma è per caso possibile il contrario, cioè che un musicologo non sappia suonare uno strumento o cantare?

«Dipende da che significato diamo all’espressione “sappia suonare uno strumento e cantare”. Certamente si può essere buoni musicologi senza essere virtuosi o professionisti dell’esecuzione, ma è impossibile esserlo senza un qualche tipo di confidenza anche con la pratica musicale. Però vorrei dire che in certo modo vale anche il contrario: una confidenza con la musicologia aiuta a essere buoni musicisti, perché per suonare e cantare occorre non solo “fare” ma anche “conoscere”. Negli ambiti professionali di cui mi occupo più da vicino, per esempio, la cosiddetta “musica antica”, è indispensabile che i musicisti abbiano familiarità con una prassi esecutiva storicamente informata, la cui definizione è precisamente uno degli aspetti del lavoro musicologico».

Daniele Sabaino

Perché si è specializzato in musica sacra?

«Per un verso non è stata una scelta: semplicemente, nella mia attività professionale mi sono trovato a occuparmi prevalentemente di repertori storici su testi biblici e liturgici, dei quali ho studiato e tuttora studio soprattutto l’organizzazione dello spazio sonoro. Per un altro verso, avendo invece sempre praticato musica nella liturgia, ho ritenuto di dover approfondire quell’aspetto anche sotto il profilo teorico, e così mi sono dedicato sempre di più a ciò che è divenuto consuetudine chiamare “musicologia liturgica”, ossia alla disciplina che studia le relazioni tra la musica e la liturgia, specialmente quella rinnovata il seguito al Concilio Vaticano II. È in quest’ambito che lavoro molto con l’Ufficio liturgico nazionale e che seguo sia sul versante della formazione, per esempio insegnando nel Coperlim, il Corso di perfezionamento in musica per la liturgia organizzato dalla Conferenza episcopale italiana, sia sul versante della saggistica, per esempio con il libro “L’Istruzione Musicam Sacram del 5 marzo 1967 – Genesi, ermeneutica, attualità”».

La filologia musicale si occupa anche di ricostruire composizioni di cui sono pervenuti frammenti o versioni incomplete. Che fascino ha questo lavoro, simile a quello dell’archeologo o del restauratore?

«La filologia musicale si pone l’obiettivo di offrire all’esecutore un testo di una composizione che sia il più vicino possibile all’ultima volontà del suo autore; non riguarda quindi propriamente solo le composizioni frammentarie o incomplete, ma tutta la musica che nel tempo è stata messa per iscritto. Per questo i suoi metodi di lavoro sono molto simili alla filologia dei testi letterari: il punto di partenza è la recensione di tutti i testimoni esistenti di un’opera (manoscritti, stampe, schizzi, appunti dei compositori); dopodiché il lavoro segue metodologie differenti a seconda dell’oggetto di studio, dal momento che è ovviamente molto diverso predisporre un’edizione critica del repertorio gregoriano medievale (del quale non esistono “originali d’autore” in senso proprio) rispetto a una raccolta di madrigali del Rinascimento come il “Quinto libro de Madrigali a cinque voci” di Gesualdo da Venosa o di un concerto di Bach o Beethoven, o di un brano di Luigi Nono. Lo scopo ultimo però è sempre il medesimo: “restaurare” appunto un testo musicale liberandolo dalle scorrettezza di trasmissione, dalle incrostazioni del tempo, e così via».

Musica, scienza e teologia. Una volta erano materie collegate, come dimostra l’esempio del vescovo Caramuel. Quando si è iniziato a separarle?

«Per molto tempo la musica è stata considerata una disciplina scientifica. Nel Medioevo faceva parte del quadrivio, cioè delle quattro scienze matematiche insieme all’aritmetica, alla geometria e all’astronomia, ed era studiata come teoria delle proporzioni sonore. Caramuel in qualche modo partecipa ancora a questa dimensione con i suoi notevoli apporti alla teoria musicale, per esempio con il calcolo logaritmico del temperamento equabile, ossia con la divisione dell’ottava in 12 parti uguali tuttora in uso per l’accordatura di tutti gli strumenti. La situazione cambiò proprio alla fine del Seicento, e il cambiamento si accentuò nei secoli successivi, fino alla concezione romantica della musica come arte del sentimento e della soggettività, come linguaggio dell’anima. Pur senza sottacere gli aspetti positivi di questa nuova visione, occorre dire che la considerazione della musica soltanto come “arte piacevole” ha avuto anche effetti negativi: per esempio ha spesso confinato il suo insegnamento alle sole scuole di pratica esecutiva e compositiva (i Conservatori), recidendo quasi completamente i legami con il resto della cultura, tant’è che nelle scuole secondarie superiori del nostro Paese la musica non ha tuttora alcuno spazio al di fuori del recinto appunto specialistico dei Licei musicali».

Parliamo ancora di Caramuel: su di lui ha svolto una tesi di laurea.

«È vero. Me lo suggerì padre Ivan Golub, un noto teologo, storico e poeta di Zagabria durante il convegno internazionale su Caramuel che si svolge a Vigevano nel 1982 e di cui fu anima monsignor Pietro Bellazzi, all’epoca mio parroco. Golub aveva infatti ritrovato pochi anni prima nell’Archivio Capitolare un grosso trattato manoscritto di Caramuel sulla musica completamente ignoto fino ad allora, e mi spinse quindi a studiarlo e a prepararne un’edizione critica che spero prima o poi di pubblicare, aggiornata. Studiare quel manoscritto fu il mio primo contatto diretto con una figura di straordinario rilievo culturale che mi ha affascinato e di cui non ho mai più smesso di occuparmi. Col tempo ho anche capito che il senso dei molti interessi di Caramuel (dalla teologia all’architettura, dalla scienze alle lingue, dagli orologi solari alla teoria dei giochi…) non si comprendono se non si tiene in conto la sua attività principale, che era la teologia. Così ho dedicato a Caramuel anche la mia tesi di magistero in Scienze religiose, che è stata poi pubblicata negli Stati Uniti col titolo “Il Tractatus expendens propositiones damnatas ab Alexandro VII di Juan Caramuel Lobkowiz”. Davvero Caramuel è una figura di respiro europeo che anche a Vigevano meriterebbe di uscire dall’aneddotica e di essere valorizzata esattamente come si fa all’estero. Su di lui escono ogni anno decine di articoli scientifici, e l’Agenzia spaziale europea ha denominato “Caramuel Project” un programma di sviluppo, lancio e messa in funzione di satelliti innovativi nel campo delle telecomunicazioni. Mi piacerebbe, quindi, prima di andare in pensione, poter vedere costituito in città quel Centro Studi Caramuel di cui si parla dal 2012 e che finora non si è mai riusciti a far diventare realtà…»

Davide Zardo

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