L’Intervista / Filip Haxhari, custode di un tesoro in chicchi

Ha iniziato a studiare risicoltura in Albania, ma il suo arrivo in Italia coincide con un particolare momento storico, la caduta del muro di Berlino, che di fatto segna la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo, anche per l’agricoltura. Che ricordi ha a riguardo?

«La mia storia si può dire che inizi nel 1982, quando ho terminato l’Università di Scienze Agrarie a Tirana. Il governo mi ha incaricato di dirigere il dipartimento e da quel momento ho iniziato a fare ricerca sul riso, ma anche sul mais. Ho iniziato a occuparmi di genetica del riso, perché era la prima volta che in Albania, nel mio Paese d’origine, si stavano aprendo le porte verso questo tipo di ricerca. Dopo il crollo del muro del Berlino e la fine del governo comunista anche il mio Paese ha cambiato il modo di fare agricoltura. Ho notato proprio un cambio di mentalità nel fare ricerca e nel promuovere l’uso di tecnologie sofisticate in ambito agricolo. Nei primi anni Novanta molti miei compaesani sono migrati in Italia in cerca di un futuro migliore. Per certi versi per me è stata la stessa cosa. Sono arrivato in Italia perché si stava muovendo verso un sistema agricolo nuovo, proiettato al futuro».

Ha portato avanti un progetto per la tutela del riso, perché esattamente come ha fatto in Albania, si è impegnato a considerarlo come un modo per tutelare la cultura di un territorio. Quali sono i primi cambiamenti che ha avuto modo di riscontrare anche in Italia?

«L’arrivo in Italia, in quelle condizioni, rappresentò per me un passaggio epocale: coincideva con la caduta del Muro di Berlino e con il crollo totale del sistema albanese. Quel sistema agricolo, compreso il settore risicolo che allora coltivava circa 5.000 ettari, venne completamente distrutto. Le infrastrutture irrigue furono abbandonate, il modello produttivo si dissolse e anche i progetti internazionali avviati prima del crollo furono annullati. Si passò in breve tempo dall’autoproduzione all’importazione, che allora era anche economicamente conveniente. La risicoltura albanese cessò di fatto di esistere. Terminati gli studi in Italia, sarei dovuto rientrare in Albania, ma anche l’Istituto dove avevo lavorato era in fase di ristrutturazione e ridimensionamento; il settore risicolo era stato chiuso. In pratica mi trovai nella necessità – e per fortuna anche nella possibilità – di restare in Italia, la mia nuova casa».

Filip Haxhari

Ha poi continuato a studiare e fare ricerca a Vercelli, fino a entrare nel centro di ricerca Ente Risi di Castello d’Agogna, per il quale ancora oggi si occupa di un progetto particolare. In cosa consiste di preciso la banca del riso?

«Dal 1994 ho lavorato per 25 anni a Vercelli come ricercatore e responsabile del miglioramento genetico, realizzando varie nuove varietà di riso, alcune delle quali ebbero notevole successo. Questo lavoro ha portato l’Ente Risi, nel 2017, a richiamarmi per dirigere l’intera attività di ricerca e la produzione sementiera del gruppo. Essere oggi il custode della Banca del Germoplasma del riso è per me un onore enorme, soprattutto venendo dall’estero. La Banca del Germoplasma non è solo un deposito genetico, ma un patrimonio storico e culturale del territorio. Contiene circa 1.800 accessioni: varietà coltivate in Italia dal 1800 a oggi, comprese quelle introdotte, sperimentate e create nel corso del tempo. È la più grande banca europea dedicata al riso. Ogni varietà racconta un pezzo di storia: dalla coltivazione dell’“Originario Nostrale” del Cinquecento – l’unica varietà che non siamo riusciti a recuperare – al “Bertone” del 1819, fino alle varietà moderne. La Banca è la base di partenza di ogni programma di miglioramento genetico. Le varietà antiche sono ricche di caratteri preziosi, essenziali per la selezione e gli incroci. Creare una nuova varietà richiede metodo scientifico, criteri di selezione chiari e processi rigorosi: un incrocio è facile, ma servono 10-12 anni per arrivare a una varietà nuova e stabile».

Su cosa si basano di preciso i programmi di ricerca dell’Ente Risi nel centro di Castello d’Agogna?

«In Italia la resa media del riso è di circa 6.5 tonnellate per ettaro, un valore sensibilmente inferiore rispetto a quello dei principali concorrenti internazionali, che raggiungono le 8–10 tonnellate. Incrementare la produzione significa quindi migliorare il reddito degli agricoltori e garantire maggiore competitività alla risicoltura nazionale. Il cambiamento climatico si manifesta con siccità prolungate, piogge intense, sbalzi termici e temperature anomale sia elevate sia molto basse. Nel 2022 la siccità ha causato la perdita di 26.000 ettari di risaie, un danno senza precedenti. Per questo motivo stiamo sviluppando nuove varietà più resilienti. Tra queste spicca Prometeo, capace di mantenere produzioni elevate anche dopo 30–45 giorni senza irrigazione. Lavoriamo inoltre su linee che tollerano meglio le escursioni termiche, testandole in aree caratterizzate da forti sbalzi di temperatura. Parallelamente stiamo studiando un nuovo modello di pianta meno dipendente dai fertilizzanti. Le varietà moderne, a taglia bassa, richiedono infatti un maggiore apporto di input chimici.

Una pianta con una massa vegetativa più sviluppata utilizza meglio la luce solare e può produrre di più con minori concimazioni, in linea con gli obiettivi europei di riduzione dell’impatto ambientale.

Una delle vostre priorità è quindi trovare un riso che possa resistere a condizioni climatiche estreme?

«Stiamo lavorando in modo accelerato per produrre varietà che abbiano caratteri interessanti e poi per valutare il germoplasma esistente. Nello studio siamo partiti da una varietà esistente che hanno nel loro background queste caratteristiche. La varietà sottoposta agli studi è il Prometeo, nata negli anni Novanta per dare una risposta all’irrigazione turnata; da qui abbiamo individuato una linea molto interessante che ha due caratteristiche fondamentali: avere una massa radicale molto sviluppata e un sistema di tipo verticale. Normalmente il riso ha un sistema di tipo orizzontale perché viene coltivato in presenza dell’acqua. Questa ricerca sta cercando di cambiare l’angolo di radicamento in modo da essere in grado di cercare l’umidità in profondità nel momento in cui dovesse venire a mancare l’acqua».

La Lomellina è per definizione la terra del riso. In virtù di questo, la Banca del riso può essere considerata un tesoro del territorio?

«La Banca del Riso rappresenta un patrimonio fondamentale per il territorio lomellino, non solo dal punto di vista agricolo ma anche culturale e identitario. Custodisce oltre un secolo di storia risicola, raccogliendo varietà che documentano l’evoluzione delle tecniche di coltivazione e il lavoro di generazioni di agricoltori. Per la Lomellina significa conservare le proprie radici, perché ogni varietà custodita racconta un pezzo del paesaggio, delle cascine e delle tradizioni che hanno reso questa zona una delle capitali europee del riso. La Banca del Riso è anche un simbolo identitario: tutela la biodiversità, valorizza la tradizione del risotto e sostiene l’immagine della Lomellina come territorio unico nel panorama europeo. Preservarlo significa garantire continuità e sviluppo a una delle colture che più definiscono l’anima di un territorio che è diventato a tutti gli effetti anche mio. La ricerca prosegue grazie al lavoro di tutti coloro che lavorano a Castello d’Agogna».

Edoardo Varese

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