Rassegna Letteraria / Due chiacchiere con Maurizio De Giovanni

«Il mio ultimo libro? Preferisco definirlo “il più recente”, perché credo che avesse ragione Eduardo quando diceva che essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male».

Così Maurizio De Giovanni, forse il giallista più amato dagli italiani, intervistato da Alessandra Tedesco venerdì 25 ottobre al Cagnoni, davanti a un pubblico interessato e divertito. Ma perché il grande successo del noir? «Il delitto – ha spiegato lo scrittore napoletano – è una crepa attraverso cui guardare l’umanità, come lo specchio del bagno in cui non sorridiamo mai al mattino, perché ci rimanda la nostra immagine più vera, quella che ci dà più fastidio. I giallisti non vincono i grandi premi letterari, ma quelli del romanzo nero sono gli stessi sentimenti nostri: gelosia, invidia, oppressione. Nella Bibbia subito dopo la creazione c’è già un omicidio». Perché gli scrittori di gialli fanno gruppo?

Tra di noi non c’è rivalità, ognuno racconta il proprio territorio, descrivendo cose diverse e complementari. Scriviamo di crimine perché ci piacerebbe praticarlo, ma non ne abbiamo il coraggio.

Lo scrittore, che ha cominciato la sua carriera grazie a uno scherzo dei suoi colleghi in banca, ha letto in anteprima per il pubblico vigevanese un capitolo del prossimo romanzo della serie del commissario Ricciardi, “Volver”, suscitando applausi entusiasti. Così come è piena di entusiasmo la città di Napoli, attualmente molto raccontata al cinema e in tv: come mai? «E’ una grande capitale del sud del mondo, e non vi sono differenze sociali, nello stesso palazzo abitano operai e liberi professionisti. Non siamo noi, è la città, dove succede di tutto: commedia e tragedia. E per uno scrittore a Napoli la pagina non può mai essere bianca».

Davide Zardo

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