19 luglio, XVI Domenica del Tempo Ordinario

Un campo coltivato è bello perché appare ordinato. Il contadino distingue con cura ciò che va custodito da ciò che deve essere estirpato. Per questo la decisione del padrone della parabola sorprende: davanti alla zizzania non ordina di intervenire, ma di attendere.

È un’immagine che contraddice il nostro istinto. Noi siamo portati a pensare che il bene abbia bisogno soprattutto di eliminare il male. Gesù, invece, racconta un Dio che conosce il male meglio di noi, ma che sceglie di non avere fretta. Non perché lo sottovaluti, bensì perché attribuisce al tempo un valore che noi spesso dimentichiamo: il tempo della maturazione, della conversione, della libertà. Il Vangelo della XVI domenica del Tempo Ordinario invita così a guardare la storia con uno sguardo diverso. Viviamo in una società che pretende risposte immediate, giudizi definitivi, appartenenze nette. Anche il dibattito pubblico è sempre più costruito sulla contrapposizione: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.

Sembra che ogni problema possa essere risolto individuando un colpevole da isolare o da espellere. È una logica rassicurante, ma profondamente lontana da quella del Regno di Dio. Il padrone del campo conosce bene l’esistenza della zizzania, eppure chiede ai servi di non strapparla. Il motivo è sorprendente: nel tentativo di eliminare il male si potrebbe distruggere anche il grano. È un’immagine che rivela la delicatezza con cui Dio accompagna la libertà dell’uomo. Egli non confonde mai il bene con il male, né rinuncia alla verità, ma sa che il tempo può diventare il luogo della conversione. La pazienza di Dio non nasce dall’indifferenza, ma dalla speranza. Finché dura la storia nessuno è definitivamente perduto, nessuno è riducibile ai propri errori. La parabola, però, non parla soltanto del mondo. Il campo è anche il cuore dell’uomo. Dentro ciascuno convivono il desiderio di amare e le resistenze dell’egoismo, la fedeltà e il peccato, la generosità e la paura. Per questo il cristiano non può assumere lo sguardo del giudice.

Prima ancora di essere chiamato a valutare gli altri, è invitato a riconoscere la pazienza che Dio esercita quotidianamente nei suoi confronti.

La misericordia ricevuta diventa così il criterio con cui guardare ogni fratello. Le due brevi parabole che seguono, quella del granello di senape e del lievito, completano il quadro. Il Regno cresce senza clamore. Non conquista con la forza, ma trasforma lentamente dall’interno. È una logica che smentisce l’ossessione contemporanea per l’efficienza, la rapidità e la visibilità. Dio opera nel nascondimento, affidando la sua forza alla piccolezza di un seme e all’umiltà di un pugno di lievito. Forse è proprio questa la testimonianza che oggi il Vangelo affida alla Chiesa. Non quella di dividere il mondo tra puri e impuri, ma di continuare a seminare il bene con ostinazione, sapendo che il raccolto appartiene a Dio. Solo chi rinuncia alla tentazione di sostituirsi al giudice può diventare autentico collaboratore del Regno. Perché il male non si vince semplicemente estirpandolo, ma facendo crescere un bene capace, alla fine, di portare frutto.

don Carlo Cattaneo

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