Nel Vangelo di questa domenica, Gesù si trova di fronte a una richiesta apparentemente legittima: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Una richiesta concreta, pratica, di giustizia. Ma Gesù sorprende: non si mette a dirimere la questione, non prende posizione su chi abbia ragione o torto. Piuttosto, come spesso fa, alza lo sguardo. Va oltre. E mette a nudo la radice del problema: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
È una di quelle frasi che ci costringono a fermarci. A guardarci dentro. Perché anche se magari non ci troviamo a discutere con un fratello per un’eredità, chi di noi non si è mai lasciato prendere dalla corsa all’avere, al possedere, al mettere da parte «per stare tranquillo domani»? La parabola dell’uomo ricco che segue a queste parole è una fotografia impietosa di una logica che spesso ci abita senza che ce ne accorgiamo: l’illusione di costruirsi una vita sicura accumulando beni, denaro, garanzie.

L’uomo del Vangelo è un imprenditore di successo, uno che ha lavorato bene, ha avuto un raccolto abbondante e ora pensa in grande: abbattere i vecchi granai per costruirne di nuovi, più grandi. Non c’è nulla di sbagliato, in apparenza. Ma il vero problema è l’orizzonte in cui tutto questo si colloca: se stesso. Il suo io è l’unica misura. Non si parla mai di altri, non c’è spazio per i poveri, per Dio, per la comunità. Tutto gira intorno a un sogno piccolo: «ripòsati, mangia, bevi e divertiti». È qui che Gesù lo chiama «stolto»: non per il successo, ma per l’illusione di poter controllare la vita con i suoi beni.
E poi arriva la svolta. Una voce – quella di Dio – che scompagina i piani: «Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?» È un risveglio brusco, una domanda che ci scuote: se oggi fosse la tua ultima notte, che cosa resterà di te? A che cosa hai dato davvero valore? Che cosa hai costruito per l’eternità?
Il Vangelo non condanna la ricchezza in sé. Ma ci ricorda che tutto ciò che possediamo è solo un mezzo, mai un fine. Che la vera sapienza non sta nell’accumulare, ma nel condividere. Non nel «fare scorte», ma nel «fare il bene». Come dice papa Francesco,
i beni sono doni che Dio ci dà per servire gli altri, e non per servircene egoisticamente.
In un tempo in cui siamo tentati di misurare la vita in base ai conti in banca, al numero di follower, alle garanzie accumulate, il Vangelo ci spiazza e ci libera: la nostra vera ricchezza è ciò che doniamo, non ciò che tratteniamo.
Allora oggi Gesù ci invita a guardare in faccia una domanda decisiva: sto arricchendo davanti a Dio? O sto solo riempiendo granai che non mi seguiranno nell’eternità?
don Carlo Cattaneo


