Don Cesare Lino, pastore alla scuola del Concilio

Nel ricordo del parroco di Mede (1978-2008), a tredici anni dalla morte, riceviamo e pubblichiamo il contributo della medese Simona Negruzzo, professore associato presso il dipartimento di Musicologia e Beni culturali dell’Università degli studi di Pavia. 

Il 6 agosto è una data che la Chiesa lega spontaneamente alla festa della Trasfigurazione e alla memoria di san Paolo VI, morto a Castel Gandolfo nel 1978. Per la comunità di Mede, però, quel giorno richiama anche un’altra figura cara e familiare: don Cesare Lino, che il 6 agosto 2013 concludeva il suo cammino terreno, dopo aver guidato la parrocchia per trent’anni, dal 1978 al 2008. La coincidenza delle due ricorrenze va ben oltre il calendario. Don Cesare apparteneva infatti a quella generazione di sacerdoti che vide nel pontificato di Paolo VI il punto di riferimento del proprio ministero. Se Montini fu il Papa del Concilio Vaticano II e della sua difficile attuazione, don Cesare fu uno di quei parroci che, con discrezione e fedeltà, tradussero quell’insegnamento nella vita quotidiana delle comunità cristiane.

Quando arrivò a Mede, nell’autunno del 1978, portava con sé un’esperienza ecclesiale che aveva lasciato un’impronta profonda nel suo modo di essere sacerdote. Gli anni trascorsi a Roma, al Pontificio Collegio Capranica, prima come alunno e poi come vice-rettore economo, coincisero con una delle stagioni più intense della storia della Chiesa contemporanea. Fu lì che visse il clima del Concilio Vaticano II, seguendone da vicino lo svolgimento e respirando quell’entusiasmo ecclesiale che avrebbe segnato l’intera sua vita sacerdotale. Seguì da vicino il magistero Paolo VI, assistendo al paziente lavoro con cui Giovanni Battista Montini guidò la conclusione del Concilio e ne accompagnò la recezione. Per don Cesare, Paolo VI divenne il Papa della propria maturazione sacerdotale, il maestro cui continuare a guardare anche negli anni del ministero parrocchiale.

Non sorprende, perciò, che i documenti montiniani ricorressero frequentemente nelle sue omelie, negli incontri di formazione e nella catechesi. Ecclesiam suam, Populorum progressio, Evangelii nuntiandi non erano per lui soltanto testi del magistero, ma vere guide pastorali. Vi ritrovava una Chiesa chiamata al dialogo senza rinunciare alla verità, una comunità che cresce nella comunione, una fede capace di confrontarsi con il mondo senza perdere la propria identità. Erano convinzioni che avevano preso forma negli anni romani e che cercò poi di incarnare nella vita della comunità cristiana di Mede. Per un’intera generazione di medesi, don Cesare fu il parroco dei sacramenti, delle feste patronali, delle visite alle famiglie, dell’oratorio, della catechesi, delle celebrazioni liete e dei momenti di dolore. Accompagnò la comunità in anni di profonde trasformazioni sociali e culturali, senza inseguire le mode né rifugiarsi nella nostalgia. Preferì la strada più impegnativa: quella della continuità nella fedeltà al Vangelo.

Il suo stile rifletteva chiaramente quella formazione ecclesiale. Sobrio, schivo, poco incline al protagonismo, riteneva che il sacerdote dovesse anzitutto essere una presenza. Più che dirigere, accompagnava; più che imporre, cercava di persuadere; più che occupare il centro della scena, lasciava spazio alla crescita delle persone e delle realtà parrocchiali. Era un modo di esercitare il ministero che richiamava da vicino la lezione di Paolo VI: una Chiesa che educa con pazienza, costruisce comunione, ascolta prima di parlare e testimonia il Vangelo attraverso la fedeltà quotidiana. Questa impostazione emergeva anche dalla cura della liturgia, dalla formazione dei laici, dall’attenzione alle famiglie e ai giovani, dalla convinzione che la parrocchia dovesse essere anzitutto una comunità nella quale ciascuno potesse trovare ascolto e accoglienza.

Il Concilio Vaticano II, per don Cesare, non rappresentava un evento del passato, ma uno stile ecclesiale da vivere ogni giorno.

Quando lasciò la guida della parrocchia nel 2008, dopo trent’anni di ministero, non si concluse il legame con la comunità. L’affetto dei fedeli continuò ad accompagnarlo fino alla morte, avvenuta il 6 agosto 2013. La partecipazione con cui Mede lo salutò testimoniò quanto profonda fosse l’impronta lasciata da un servizio vissuto con semplicità, costanza e dedizione. Oggi, a distanza di anni, il ricordo di don Cesare non appartiene soltanto alla memoria di chi lo ha conosciuto. Esso rappresenta anche una pagina della storia religiosa della comunità medese e dell’intera Chiesa vigevanese. Le parrocchie non sono costruite soltanto dagli eventi straordinari, ma dalla fedeltà quotidiana di sacerdoti che, spesso lontani dai riflettori, accompagnano intere generazioni nel cammino della fede.

Forse è proprio questa la ragione per cui la coincidenza del 6 agosto continua a suggerire una riflessione. Nello stesso giorno la Chiesa ricorda la morte del Papa che guidò il Concilio e di un parroco che di quel Concilio fu un interprete fedele nella vita ordinaria di una comunità. Se Paolo VI indicò alla Chiesa la strada del dialogo, della comunione, della corresponsabilità e della testimonianza evangelica, don Cesare cercò di percorrerla con umiltà, traducendola nei gesti semplici e silenziosi della pastorale quotidiana. È questa, forse, la sua eredità più autentica. Non tanto le opere materiali, pur importanti, quanto uno stile sacerdotale. Uno stile che non cercava consenso, ma fedeltà; non il protagonismo, ma il servizio; non il clamore, ma quella presenza discreta che lascia un segno profondo nella vita delle persone.

Per questo il ricordo di don Cesare Lino non è soltanto un doveroso omaggio alla sua persona. È anche un invito a riscoprire una generazione di sacerdoti che, formatisi negli anni del Concilio Vaticano II, hanno saputo tradurre il magistero di Paolo VI nella vita concreta delle parrocchie italiane. La storia della Chiesa, infatti, non è fatta soltanto dai grandi documenti o dai grandi pontefici, ma anche da quei pastori che hanno dato carne e voce a quelle intuizioni nelle comunità loro affidate. Don Cesare è stato uno di loro.

Simona Negruzzo

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