Tre anni a Roma per studiare teologia biblica alla Pontificia Università Gregoriana non sono stati soltanto un percorso accademico per don Luca Gasparini, sacerdote della diocesi di Vigevano. Sono stati, piuttosto, un viaggio dentro la fede e dentro se stesso, tra fatica, gratitudine e una domanda: che senso ha credere, oggi?

VIAGGIO NELLA FEDE «Lo studio – confida – è sempre stato una grande passione. Mi piaceva quando ero a scuola, al liceo, poi anche all’università, con ingegneria. Ma ricominciare a 38 anni non è stato facile. Il primo anno ho sentito tutto il peso delle lingue, soprattutto dell’ebraico. Imparare davvero è stata una sofferenza». Oltre alla fatica intellettuale, c’è stata quella di cambiare orizzonte. «Roma è un contesto molto più grande e vario. Da un lato è un arricchimento vedere realtà ecclesiali che in provincia non avrei mai conosciuto, dall’altro c’è stata la difficoltà di imparare stili nuovi. Non ci si può chiudere in se stessi. Per me, che ho un carattere introverso e abitudinario, è stato uno sradicamento». Eppure, insieme alla nostalgia di casa, è cresciuta anche una riconoscenza profonda verso il Vescovo, che ha creduto in lui: «Mi piace vedere questo percorso come un segno di fiducia. È vero, ho portato a casa questo primo risultato, ma a settembre inizierò il dottorato. La diocesi rinuncia ancora ad avere una presenza in più, e questo per me è un piccolo sacrificio che non voglio sprecare». Non si tratta solo di accumulare competenze. Don Luca è convinto che la teologia non possa ridursi a un “esercizio astratto”: «Tutto ha un’ambivalenza. Anche lo studio può diventare un piedistallo su cui salire per far pesare quello che si sa contro gli altri. O può essere un’occasione per coltivare un’intelligenza non arida, ma capace di interrogarsi sul senso di stare al mondo».
Le famiglie che si sfasciano, le chiese sempre più vuote, gli oratori che non hanno più i ragazzi… in tutto questo, cercare risposte è un modo più consapevole di vivere.
IL SENSO DELLA VITA E aggiunge una riflessione che va oltre la cultura: «L’uomo è fatto di testa e di cuore. Un approfondimento solo intellettuale è deleterio, come lo è un’emotività assurda che non porta a nulla. Cerchiamo di lavorare su entrambe le componenti, per capire che senso ha essere qui e perché è buono esserci insieme agli altri. Se la fede non dice qualcosa al senso della vita, diventa una forma esteriore vuota». La sua esperienza di studio della Bibbia conferma questa convinzione. Affrontare testi difficili, come il terzo capitolo del libro di Michea – su cui ha incentrato la tesi – non è stato un esercizio sterile. Al contrario, l’obiettivo era cercare la traccia di un Dio che si fa vicino anche nelle pagine più dure, che parla, interpella e chiede di mettersi in relazione. Don Luca riconosce quanto sia impegnativo restare dentro questa parola con onestà, provando a capire con la testa e a lasciarsi coinvolgere con il cuore, per poter poi offrire agli altri una parola autentica, anche solo una “mezza parola buona” che possa rimanere nel tempo. Non è mancata, in questi anni, la delusione verso certi docenti: «C’è chi usa la cattedra come un gioco di potere. Ma la bellezza è incontrare chi sa farti entrare nel testo, non per fare un’analisi letteraria sterile, ma perché crede davvero che lì c’è qualcuno che ti parla. Anche la parola di Dio più dura contiene qualcosa di buono per noi». Guardando al futuro, don Luca si sente in cammino: «L’anno prossimo ci sarà ancora Roma, il dottorato da impostare. Roma resta una città troppo grande, troppo universale, alla quale non sento di appartenere, ma la vedo anche come una possibilità che mi è stata data. In questi anni ho incontrato persone, amicizie, preti e laici che porterò con me. Poi si vedrà come restituire questa ricchezza. Se ci sarà la possibilità di insegnare a Pavia, ben venga. Ma quello che ho imparato non è per tenermelo. Serve a me per andare un po’ in profondità di quello che sono e, mentre ci vado, cerco di aiutare gli altri a capire qualcosa di buono per sé e per le comunità».
don Carlo Cattaneo

