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    Nerino Cobianchi, gli atti in Vaticano

    Un sabato speciale, quello appena trascorso in Cattedrale, dedicato a due eventi particolarmente importanti per la nostra Diocesi. Il primo riguardava la chiusura della fase diocesana relativa alla Causa di beatificazione del Servo di Dio Nerino Vobianchi, presieduta dal Vescovo monsignor Maurizio Gervasoni. Il secondo evento, di cui trattiamo nella pagina successiva, riguardava invece la nuova cappella del crocefisso. La chiusura della fase diocesana per la beatificazione è stata officiata, oltre che dal Vescovo, dai componenti del Tribunale ecclesiastico: il postulatore della causa monsignor Paolo Rizzi, che in Vaticano lavora presso la Segreteria di Stato, il delegato episcopale monsignor Paolo Bonato, il promotore di giustizia don Lorenzo Montini e il notaio Giovanni Paolo Rabai. Nerino Cobianchi, “fedele laico e padre di famiglia” è morto nel 1998 all’età di 52 anni e, in caso di esito positivo dell’intero iter, sarebbe il terzo beato lomellino, che arriova dopo padre Francesco Pianzola e Teresio Olivelli. Ora gli atti, dopo essere stati sigillati, saranno custoditi nell’archivio della Curia vescovile, mentre due copie saranno portate in Vaticano alla Congregazione delle cause dei santi, per il completamento del percorso finalizzato alla beatificazione, la cui causa è stata aperta il 6 giugno dell’anno scorso con l’insediamento del Tribunale. In prima fila, in Duomo, emozionati, oltre ad una folla attenta e partecipe, anche ai parenti di Nerino Cobianchi, tra cui la moglie e la figlia «Non è soltanto un rito giuridico – ha detto sabato il Vescovo – ma un momento di gioia, di grazia e di responsabilità per tutti coloro che hanno creduto sin dall’inizio e che hanno sostenuto questa indagine per la Causa di beatificazione di Nerino Cobianchi». Anzitutto, ha aggiunto, «Nerino è un uomo di preghiera, in dialogo con Dio già dall’inizio della giornata, sul treno che lo portava a Milano, dove coinvolgeva in tanti casi anche i passeggeri del suo scompartimento nella recita del Rosario; poi la Messa nella chiesa di San Giuseppe, prima di entrare in ufficio alla Cariplo. E nella pausa pranzo di nuovo nella chiesa di San Giuseppe, accanto alla banca, per l’adorazione eucaristica, nella quale coinvolgeva i colleghi con i quali costituì il Gruppo di preghiera “Teresio Olivelli”. Alla sera in associazione, a Cilavegna, iniziava e terminava ogni incontro o riunione con la preghiera e la lettura di un passo della Bibbia che aveva sempre con sé nella borsa». Questa dimensione orante, ha precisato mons. Gervasoni «l’ha vissuta anzitutto in famiglia, insegnando ai figli, fin da piccoli l’importanza della preghiera: li conduceva a dormire e faceva dir loro le preghiere e poi leggeva e commentava un brano della Bibbia per bambini». Il bisogno di sentirsi costantemente in dialogo e in comunione con il Signore, nasceva dalla sua grande fede ed era una esperienza coinvolgente. In una lettera scritta al Vescovo Mons. Giovanni Locatelli, il 4 novembre 1991 – ha ricordato monsignor Gervasoni – Nerino lo informava della dimensione spirituale e orante che egli voleva caratterizzassero il suo personale impegno di solidarietà e quello dell’Associazione Pianzola-Olivelli: “Abbiamo cominciato a dedicare le serate del Primo Venerdì del mese alla preghiera – diceva Il Servo di Dio – per chiedere al Signore che ci accompagni in ogni istante tenendoci per mano perché siamo ben consci che senza di Lui possiamo fare niente”. «Nerino Cobianchi – ha proseguito il Vescovo – trovava nella preghiera, nell’Eucaristia e nella Parola di Dio l’alimento del suo agire. Il suo non era un semplice essere indaffarati nella carità, ma il tutto scaturiva nel rapporto stretto con il Signore. Il suo spirito di preghiera e l’abbandono totale a Dio – ha aggiunto – l’hanno portato ad essere testimone di carità trasformando l’incontro con gli altri in un’occasione per aiutare il prossimo a riscoprire Cristo. Fu immensamente attento ai bisogni spirituali e materiali del prossimo, specialmente i poveri e gli ultimi nel territorio parrocchiale, diocesano e lombardo, come pure nei Paesi dell’Africa». Familiarità con Dio, dunque, secondo il nostro Vescovo, nella preghiera e carità verso il prossimo «sono due fattori di grande valore, soprattutto nell’odierna società dove l’individualismo e la ricerca eccessiva di comodità portano a stare lontani da tutto ciò che si presenta problematico. Inoltre, l’uomo del nostro tempo, cercando ansiosamente sulla propria strada e tra le sue risorse la risposta ai suoi interrogativi e alle sue attese, dimentica Dio o volutamente lo esclude». Un messaggio di vita cristiana esemplare e attuale, dunque, quello di Cobianchi. Mons. Gervasoni ha poi sottolineato che «la prima fase dell’inchiesta canonica rappresenta un momento di grazia per la nostra Diocesi, per le diverse persone e realtà della provincia di Pavia e di Milano, come pure di altre Nazioni raggiunte dall’opera solidale di Nerino e della sua associazione, che vedono in lui un testimone credibile del Vangelo. Ogni causa avviata in una Chiesa locale è uno spunto di riflessione per l’intera Comunità diocesana chiamata a riconoscere nei tanti esempi di santità il volto più bello della Chiesa. Accompagniamo con la preghiera il cammino della Causa – ha concluso – , che da ora è affidata allo studio e all’esame della Congregazione delle Cause dei Santi, perché – se al Signore piacerà – possa giungere ad una felice conclusione. Dal cielo, il Servo di Dio Nerino Cobianchi canta in eterno la misericordia del Signore. Noi, ancora pellegrini sulla terra, ci uniamo al suo canto e le chiediamo di intercedere perché vescovi, presbiteri e fedeli laici possano «avanzare sulla via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità»

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