Secondo quanto racconta l’evangelista Matteo, dopo le tre dispute con Gesù, i farisei sono ancora riuniti insieme con l’intento di complottare contro di Lui.
LA DOMANDA A differenza di quanto accaduto finora, però, ora è Gesù stesso a prendere la parola, interrogandoli: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è Figlio?» (Mt 22,41-42). Per comprendere queste Sue domande, dobbiamo ricordare che, ai tempi, l’attesa del «Messia» o del «Cristo» era viva in Israele ma, come su tanti altri temi religiosi, c’erano più dubbi che chiarezza: anche per questo, molti faticavano a credere che il Messia tanto atteso fosse proprio Gesù. I farisei, rispondendo: «Di Davide» (Mt 22,42), dichiarano di attendere un Messia discendente (e perciò, in senso lato, «figlio») del grande re, Davide appunto, vissuto mille anni prima: implicitamente essi dichiarano anche di aspettare un Cristo che sarebbe dovuto essere un sovrano e un guerriero, proprio come lo era stato Davide. Inoltre, questa figliolanza davidica lasciava pure intendere che il Messia sarebbe stato subordinato, in quanto suo discendente, al grande re del passato, così che il Cristo sarebbe stato praticamente «obbligato» a ricalcare le orme del suo illustre antenato.
DISCENDENZA Gesù però, anziché negare direttamente quest’immagine che i farisei si erano fatti del Messia, ribatte, in perfetto stile farisaico, ponendo loro altre domande e citando il Salmo 109 (110): «Come mai allora Davide, mosso dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: Disse il signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama signore, come può essere suo figlio?» (Mt 22,43-45; cf. Sal 109,1). Di nuovo, per capire il ragionamento di Gesù e come Egli interpreti la Parola di Dio, occorre comprendere il retroterra culturale, Suo e dei farisei con Lui. Non è difficile notare che la stessa parola, «Signore», è ripetuta due volte: per stabilire chi stia parlando e a chi (in altre parole, chi sia quel primo «signore» e chi sia il secondo, ovvero quel «mio signore» al quale il primo si rivolge), Gesù fa riferimento all’attribuzione tradizionale del salmo, secondo la quale il suo autore sarebbe stato Davide, che fu anche poeta e cantore: in base a questa stessa attribuzione, il primo «signore» che sta parlando è allora proprio re Davide, mentre il «mio Signore», al quale egli si sta rivolgendo, è il Messia. Ma, se Davide stesso si riconosce sottomesso al Messia, chiamandolo «mio Signore», allora il Cristo non è affatto subordinato a Davide (è vero il contrario!) e non è neppure minimamente tenuto a seguirne le orme: per questo, sbagliano i farisei a non credere in Gesù, che non deve affatto essere un re guerriero perché sia davvero chi dice di essere, cioè il Messia. Quanto Gesù fosse stato convincente, è riportato dall’ultima nota con cui Matteo chiude l’episodio: «Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo» (Mt 22,46), ovvero contraddire la Sua pretesa messianica. Noi, che «sappiamo» da sempre che Gesù è il Cristo, chiediamoci onestamente, guardando ai farisei, quali siano le nostre aspettative su Dio, quale immagine abbiamo di Lui. Lo accettiamo davvero per come Egli ci si rivela, o pretendiamo piuttosto di essere noi a insegnare a Dio come si fa a «essere Dio», e come Dio debba agire?
don Luca Gasparini


